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1月9日 Sei artista.Tutto di fretta. I polmoni che mi scoppiano per la corsa che ho fatto – il mio fisico regge bene: due isolati in 15 nanosecondi su scarpe nuove, di catarrosi non del tutto scomparsa, senza cibo da colazione, solo pulito da bagno mattutino – guardo il cielo sereno e le strade neve fanghiglia. Arrivo al pelo, consegno, torno a pattinare sulla neve fanghiglia con le scarpe nuove di cui appena sopra, che non so si macchieranno del mio sangue poche ore dopo, ri-utilizzo il “servizio pubblico” e mentre scrivo un messaggio a un' amica che un tempo non lo era, salgo e mi sento chiedere in accento romano da voce femminile: “Che, questo va bene per Piazza Castello?”. In queste situazioni sono sempre pronto. L'amica che un tempo non lo era, quando non lo era, mi prendeva sempre in giro per questa cosa, diceva che era strano come fossi subito disposto ad aiutare o a dare informazioni alla stregua di un vecchietto che guarda i lavori in corso e che scruta intorno sperando che qualcuno gli chieda cosa stanno facendo, e lui possa dire tutto quello che ha immagazzinato e i suoi dubbi e le paure, ma la magia che vede in qualcosa che si sta trasformando (insomma la mediocrità). Allora pronto rispondo: “Sì, sì”. La ragazza non è particolarmente bella. Ma ha un suo modo di atteggiarsi tutto solare negli occhi. “Ma Piazza Castello è ... quella con il Castello?”. La domanda mi fa sorridere ovviamente. È una reazione chimica di ogni torinese. Ma dentro è già in corso la battaglia tra l'artista – l'architetto – la guida turistica – il torinese D.O.C.: non è un Castello, Cristo, è un Palazzo, si chiama Palazzo Madama, sennò si sarebbe chiamato Castello d'Acaja, la Piazza è Castello, ma c'è il Palazzo con una nomina governativa solo in Palazzo Reale. So che quella domanda implica il fatto che lei si sarebbe facilmente orientata vedendo un castello, ma che castello avrebbe visto? Appena il bus di nuova generazione svolta da via Pietro Micca ti acceca l'armonia barocca del Filippo, mica trovi una fortificazione con fossato intorno. E la cosa che mi distrugge, è che uno studia anni e non sa dare una risposta decente. “Beh, sì, più o meno...” rispondo, con il cellulare in mano intento ancora a scrivere all'amica che un tempo non lo era. Sono contento però. C'è sempre uno strano destino che, per chi lo sa sentire, ti aiuta negli incontri, e lei mi sembra una persona positiva. Mi siedo. Lei dietro di me, ma sapete, nei bus nuovi, il posto leggermente più in alto, quello vicino alla ruota posteriore, che dà sui due sedili uno di fronte all'altro che servirebbero a rendere migliore la vita di persone disabili. In ogni caso, mi giro un po' di tre quarti per non darle le spalle e lei si guarda dal finestrino lo spettacolo. È tutto bianco. Meno che gli scorsi giorni. Ma è ancora bianco. “Sei proprio di Torino tu?”. Questa è come Piazza Castello. “Sì, ma no.” “?” “Sono un luogo comune deambulante: figlio di meridionali venuti su negli anni 50”. E anche l'espressione “venuti su” è ancora quella dei meridionali venuti su negli anni 50. “Te sei di Roma, no?” “Si sente?”. Fai un po' te, penso. E poi “Certo che qui è proprio bello”. Sorrido: “Sei sicura?”, rispondo. E sì cazzo, è sicura. Proprio sicura. Quello sguardo lo conosco, è lo sguardo che avevo davanti a Gèricault e la Cappella di Ronchamp. Nell'asilo di Terragni, davanti a Courbet. Poi mi chiama l'amica che un tempo non lo era. Chiacchieriamo e ci scambiamo opinioni su massimi e soprattutto minimi sistemi, vado avanti per un po' e insomma arriviamo in Piazza Castello. Devo scendere anche io, ho già staccato, mi dice che deve andare in Largo Montebello, scendere per dei giardini e seguire una strada. Deve incontrare un'amica. Ma è spaesata. Insomma la accompagno verso la discesa dei giardini, quella che con la macchina quando arrivi passi sotto i fornici, non c'è nessuno ed è rosso, c'è una folla ed è verde per i pedoni. “Questa città mi piace, è a misura d'uomo. Non come Roma”. Cazzo è proprio convinta, che le dico? Magari la lascio nell'illusione. Camminiamo verso i portici e mi allunga la mano: “Ilaria”. Vedo spuntare questa lama umana sul lato in basso a sinistra del mio schermo personale e sorrido ironico. Cazzo, è il nome dell'amica che un tempo non lo era. Facciamo due passi, mi racconta un po' cosa fa, il tempo di raggiungere questi giardini. A un certo punto ci pensa un po', è tenera, niente malizia, ha gli occhi di un bimbo che scopre la bellezza del mondo. Gira leggermente la testa ingolfata da sciarpa e berretto di lana verso di me, e dice: “Sei artista?”. Ma perché? Come si fa a riconoscere? Ho la faccia? E poi è un mestiere? Davvero? Odoro di arte? Devo darmi un tono per non disilludere le aspettative? Magari è la barba. Questa era peggio di Piazza-Castello e superiore a quella sei-di-Torino. Dai che cazzo rispondo? Suggerimenti? “Mah, diciamo forse”.
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