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2月8日 La Prima Parabola.L'Uomo di Carta incontra in un bar la Donna di Plastica. L'Uomo di Carta ha vissuto tutta la vita facendosi scrivere addosso, sacrificandosi per la Causa. La Donna di Plastica sa di essere unica anche se prodotta in serie, ma è duttile, dal cuore artificiale dal viso sfrontato dagli occhi vuoti. L'Uomo di Carta la incontra per caso, mentre beve il suo Thè alla cellulosa - dice che lo rivitalizza - e lei gli si siede accanto, chiedendo con alterità se il posto vicino al suo non fosse già occupato. Ordina un martini bianco. Si sistema i capelli. Si guarda intorno. E il suo sguardo cade sull'Uomo di Carta. Inizia a parlargli. Gli parla della carta, di come la usi anche lei, di come sia sempre stata appassionata di questo materiale così antico ma sempre così moderno, che ha in sè la cultura dell'essere e l'armonia dell'Universo. L'Uomo di Carta arrossisce. Ha sempre servito, lui, si è sempre fatto scrivere addosso, e pensa di non essere degno di nulla se non di strani segni e disegni che non capisce e che nessuno si è preso la briga di spiegargli. E arrosisce perchè pensa che tutto quello che la Donna di Plastica stia dicendo sia vero, e pensa a quanto dolce sia sentirsi al centro dell'attenzione di qualcun altro, qualcuna così bella e regale. La Donna di Plastica si avvicina per fargli sentire il suo respiro. La Donna di Plastica continua a descrivere ciò che vede, la bellezza di un Uomo di Carta che è per quello che è, senza fronzoli nè variazioni sul tema. Gli si avvicina ancora, lo sfiora con il naso, da destra verso sinistra e ritorno, una due tre volte, piano, con grazia. L'Uomo di Carta non conosce. Non conosce, lui, le donne e come ci si comporta con esse. Continua ad arrossire e un'immagine gli balza alla mente, un'immagine che non sapeva nemmeno di poter pensare e che non sa gestire. L'immagine vede lui aprirsi in un grande foglio, di dimensioni A1 o A0, quasi fosse un fiore, o l'abbraccio di un bambino, aprirsi in modo sincero, delicato, e avvolgere con calore la Donna di Plastica, e godere della sua natura artificiale, e regalarle umidità e naturalezza. 1月9日 Sei artista.Tutto di fretta. I polmoni che mi scoppiano per la corsa che ho fatto – il mio fisico regge bene: due isolati in 15 nanosecondi su scarpe nuove, di catarrosi non del tutto scomparsa, senza cibo da colazione, solo pulito da bagno mattutino – guardo il cielo sereno e le strade neve fanghiglia. Arrivo al pelo, consegno, torno a pattinare sulla neve fanghiglia con le scarpe nuove di cui appena sopra, che non so si macchieranno del mio sangue poche ore dopo, ri-utilizzo il “servizio pubblico” e mentre scrivo un messaggio a un' amica che un tempo non lo era, salgo e mi sento chiedere in accento romano da voce femminile: “Che, questo va bene per Piazza Castello?”. In queste situazioni sono sempre pronto. L'amica che un tempo non lo era, quando non lo era, mi prendeva sempre in giro per questa cosa, diceva che era strano come fossi subito disposto ad aiutare o a dare informazioni alla stregua di un vecchietto che guarda i lavori in corso e che scruta intorno sperando che qualcuno gli chieda cosa stanno facendo, e lui possa dire tutto quello che ha immagazzinato e i suoi dubbi e le paure, ma la magia che vede in qualcosa che si sta trasformando (insomma la mediocrità). Allora pronto rispondo: “Sì, sì”. La ragazza non è particolarmente bella. Ma ha un suo modo di atteggiarsi tutto solare negli occhi. “Ma Piazza Castello è ... quella con il Castello?”. La domanda mi fa sorridere ovviamente. È una reazione chimica di ogni torinese. Ma dentro è già in corso la battaglia tra l'artista – l'architetto – la guida turistica – il torinese D.O.C.: non è un Castello, Cristo, è un Palazzo, si chiama Palazzo Madama, sennò si sarebbe chiamato Castello d'Acaja, la Piazza è Castello, ma c'è il Palazzo con una nomina governativa solo in Palazzo Reale. So che quella domanda implica il fatto che lei si sarebbe facilmente orientata vedendo un castello, ma che castello avrebbe visto? Appena il bus di nuova generazione svolta da via Pietro Micca ti acceca l'armonia barocca del Filippo, mica trovi una fortificazione con fossato intorno. E la cosa che mi distrugge, è che uno studia anni e non sa dare una risposta decente. “Beh, sì, più o meno...” rispondo, con il cellulare in mano intento ancora a scrivere all'amica che un tempo non lo era. Sono contento però. C'è sempre uno strano destino che, per chi lo sa sentire, ti aiuta negli incontri, e lei mi sembra una persona positiva. Mi siedo. Lei dietro di me, ma sapete, nei bus nuovi, il posto leggermente più in alto, quello vicino alla ruota posteriore, che dà sui due sedili uno di fronte all'altro che servirebbero a rendere migliore la vita di persone disabili. In ogni caso, mi giro un po' di tre quarti per non darle le spalle e lei si guarda dal finestrino lo spettacolo. È tutto bianco. Meno che gli scorsi giorni. Ma è ancora bianco. “Sei proprio di Torino tu?”. Questa è come Piazza Castello. “Sì, ma no.” “?” “Sono un luogo comune deambulante: figlio di meridionali venuti su negli anni 50”. E anche l'espressione “venuti su” è ancora quella dei meridionali venuti su negli anni 50. “Te sei di Roma, no?” “Si sente?”. Fai un po' te, penso. E poi “Certo che qui è proprio bello”. Sorrido: “Sei sicura?”, rispondo. E sì cazzo, è sicura. Proprio sicura. Quello sguardo lo conosco, è lo sguardo che avevo davanti a Gèricault e la Cappella di Ronchamp. Nell'asilo di Terragni, davanti a Courbet. Poi mi chiama l'amica che un tempo non lo era. Chiacchieriamo e ci scambiamo opinioni su massimi e soprattutto minimi sistemi, vado avanti per un po' e insomma arriviamo in Piazza Castello. Devo scendere anche io, ho già staccato, mi dice che deve andare in Largo Montebello, scendere per dei giardini e seguire una strada. Deve incontrare un'amica. Ma è spaesata. Insomma la accompagno verso la discesa dei giardini, quella che con la macchina quando arrivi passi sotto i fornici, non c'è nessuno ed è rosso, c'è una folla ed è verde per i pedoni. “Questa città mi piace, è a misura d'uomo. Non come Roma”. Cazzo è proprio convinta, che le dico? Magari la lascio nell'illusione. Camminiamo verso i portici e mi allunga la mano: “Ilaria”. Vedo spuntare questa lama umana sul lato in basso a sinistra del mio schermo personale e sorrido ironico. Cazzo, è il nome dell'amica che un tempo non lo era. Facciamo due passi, mi racconta un po' cosa fa, il tempo di raggiungere questi giardini. A un certo punto ci pensa un po', è tenera, niente malizia, ha gli occhi di un bimbo che scopre la bellezza del mondo. Gira leggermente la testa ingolfata da sciarpa e berretto di lana verso di me, e dice: “Sei artista?”. Ma perché? Come si fa a riconoscere? Ho la faccia? E poi è un mestiere? Davvero? Odoro di arte? Devo darmi un tono per non disilludere le aspettative? Magari è la barba. Questa era peggio di Piazza-Castello e superiore a quella sei-di-Torino. Dai che cazzo rispondo? Suggerimenti? “Mah, diciamo forse”.
12月21日 Auguri difficili.Il freddo vento mi sferza, mi taglia a fette la gola, continua ritmo incalzante su pelle triturata da fumo e nostalgia e sopravvalutazione. Il calcio in sottofondo e lo sguardo altrove, sempre altrove. Dove sogno e non sono. Dove sarei ottimamente, dove ci sarei. Dove anche il mondo ci sarebbe, e questo velo del quotidiano si spezzerebbe. E il tutto diventerebbe l'immenso. Ma ho il calcio nelle orecchie. La Juve ha vinto, forse non in maniera convincente, ma ha vinto. Il Natale è alle porte. Un portone. Un ingresso barocco. È in un ingresso vuoto per me. Buio. Non è il mio numero civico. Nemmeno la strada, forse la città. E mi sento freddo. Il freddo mi sferza ancora. E quel freddo entra come la voce di una donna, una donna che canta raffinata e forte, e tendente al dolore. Una donna che sa l'essenza. Che capisce la sofferenza della produzione.
Dell'amore.
Dell'amore.
Il femminino sacro, è per me, quella voce. “L'amore non cantarlo, che si canta da sé, più lo si invoca, meno ce n'è”. Sento un brivido caldo, una distrazione muscolare, e il freddo ancora. Il mio profilo si staglia su vecchi palazzi, su cieli scuri, e anelerebbe a prati verdi e nevosi, a spazio per muoversi, a spazio per mentire, a spazio per ridere. Tutto è immobile dentro. Sono radicato a terra come un palo della luce. M'illumino denso. Denso della vita che vedo davanti a me, di ciò che posso e di ciò che potrò, mi sento pieno, fertile, mi sento vivo della volontà di costruire, di dare, di insegnare. È un freddo che mi entra nelle ossa e che mi piace perché lo combatto col calore del mio fervore. Sento il mio sguardo pieno di speranza, pieno di convinzioni, pieno di conquiste. Conosco persone, so chi il mio animo vuole vicino per potersi alimentare e crescere ancora e migliorarsi, e sa chi lascerà al suo Destino e a chi non darà niente di suo. “Il successo non è niente”. E allora festeggio la vita per quello che è: una gran rottura di scatole, che ti soddisfa solo al meglio, solo al massimo, che non ti lascia respiro, e chi crede al contrario è un illuso, uno stupido. E vive meglio. Ma ignaro di ciò che gli spetta. E allora vi auguro di sentirvi pieni, a Natale, pieni della vita che fate e che abbiate ancora qualcosa da fare, e vi auguro di non smettere di cercare. Di – venire. 12月3日 Rintocchi."[...] Poi qualcosa cambiò: si sentiva che fuori non era più scuro
scuro, che un po' di luce, leggera, stava sbiancando l'aria. O era
un'impressione: forse era solo la Permolio che faceva più chiaro, con
la sua fiamma che sfarfallava in mezzo al cielo. Non si sentiva un
rumore, una voce. Ma ecco che, piano piano, delle campane cominciarono a suonare. Arrivavano fiacche, smorzate, come venissero da lontano, oltre i padiglioni e i giardini, forse sulla Portuense, dalla chiesa accanto al Vigna Pia, o da qualche chiesa nuova costruita da quelle parti, al Casaletto, a Corviale, a Santa Passera... Era un suono che Tommaso non aveva inteso mai: o forse l'aveva inteso da ragazzino, e non se ne ricordava. Pareva venisse dal fondo della terra, o da qualche punto del cielo, di sopra le nuvole della prima mattina, dove c'è un po' di luce che si colora appena, e pare già quella d'un giorno bello e felice. Era il suono del Mattutino. Ancora non risultava bene s'era segno di festa, per il giorno che tornava, oppure se annunciava un lutto, una disgrazia. Forse erano tutte le due cose mischiate insieme, e mischiandosi si annullavano, e quel suono era un suono soltanto, che si ripeteva, fiacco ma continuo. Tommaso non riusciva a capire, che volesse dire, perchè non aveva nè il modo nè le parole, per capirlo, non c'aveva fatto caso mai a queste cose, nè qualcuno gliene aveva parlato mai, come non ci fossero nemmeno. Ma ora c'era, e forte, quel suono, don don don don, che passava attraverso tutti quei quartieri ancora addormentati, quell'aria vecchia, che, appena appena, si cominciava a rischiarare, dal di dentro, come da se stessa, diventando grigia e pulita, ritrovandosi con tutte le cose in mezzo, muri, piante, caseggiati, strade. E per qualcuno doveva per forza suonare: per il prete, che lo faceva fare, per il sagrestano, per qualche vecchietta, per gli operai che andavano a un lavoro notturno, e a quell'ora staccavano, per quelli che dovevano prendere il treno e partire. Ma, come dire, sembrava che quelle campane, quel don don don don misterioso che riannunciava la vita d'ogni giorno, dicesse invece che no, che tutto era inutile, che tutti erano vivi ma già morti, sepolti, anime sperdute. E nel tempo stesso l'odore di fanga, di pioggia, di caffelatte che, come portato dai rintocchi di quelle campane, cominciava a farsi sentire tutt'intorno, dava un senso di calma e di freschezza. Come stranito da quel suono, che non finiva più, adesso ch'era cominciato, e anzi, delle altre campane da altre chiese, da Trastevere, da Testaccio, da San Paolo, avevano cominciato pure loro, con lo stesso suono, la stessa malinconia, Tommaso si sentì a poco a poco prendere da un sonno che l'attenagliava, irresistibile e profondo. Restò lì come di pietra, addormentandosi piano piano, mentre fra sè ancora se la prendeva contro i colpi di qulle campane, dicendogli i morti. S'assopì, e dormì per un bel po' di tempo, di quel sonno che gli era piomato addosso, pieno di pace. [...]" da "Una vita violenta", PPP 11月30日 REQUIEM.Ci sono sfighe che non puoi raccontare.
Ma ci sono difetti umani che si posso descrivere.
Ora non ho voglia di fare né una né l'altra cosa. Ora ho voglia di non pensare.
Ho voglia di ascoltare musica. Tanta musica nelle orecchie e lasciatemi in pace, voi essere inanimati, senza cuore, voi che non mi sembrate umani. Voi che siete come pipistrelli e volate su di me per togliermi il sangue, forse per invidia o per gelosia. Perché dentro porto quello che non so. Perché non ho voglia di accontentarmi, perché vorrei una felicità piena. Voi siete solo ruote di scorta. E io ascolto la mia musica, non lo sfregare di Voi Pneumatici usati contro la vita che non sapete affrontare, contro la strada che non sapete guidare, perché siete vecchi e usati e brutti, e siete corrosi da strati di “modi di dire”-”modi di fare”-”mode” e siete come copie di copie romane di statue greche: avete perso identità. Siete solo resti di una civiltà che muore, dentro se stessa, e mi fa piacere, ma io non vi seguirò, io vi seppellirò.
E
ora fottetevi.
11月5日 Via Lagrange 3, digita 4001 e poi la Campanella.Malinconia. Sì, malinconia e rabbia. Sono cose che uno sente. Che uno sente quando sta per lasciare qualcosa che ha avuto importanza. Un punto di riferimento, lì, indefinito. Una base per crescere. Un posto dove lasciare lacrime, cuore, stomaco. Dove ascoltare musica, maledire le moquettes rosso sangue, i ragni, i vetri sporchi, le portinaie figlie di Quasimodo e i rispettivi figli di questi (quindi i nipoti di Quasimodo); la moglie del proprio capo, i fogli (Dio quanti), le aziende che cercano di venderti tutto tranne quello che serve, cataloghi enormi, inutili, arredi anni 70 tanto polverosi da sembrare addirittura affascinanti; dove sdraiarsi su una poltrona caduta dritta dal cielo; fotocopiatrici enormi ma inservibili; dove l’odore del tabacco e soprattutto della nicotina diventa parte del tutto con audacia e premura, perché il suo padrone sa farsene servo. E la cenere. Le sigarette buttate, le sigarette riciclate, il calore del sole d’estate, quell’adorabile ticchettio delle gocce di pioggia sulla grondaia – d’inverno – , il selciato del cortile, sassoso, pericolosamente liscio con la pioggia, drasticamente fastidioso in condizioni metereologiche di sereno o coperto, le penne, migliaia di penne tutte usate, le matite, di qualsiasi tipo, i quadretti appesi e i segni sull’intonaco da essi lasciati, la caldaietta e il relativo interruttore, che senti il CLIC quando parte, ma aspetti il CLIC che parta, e il CLIC non arriva mai, l’unica povera pianta che godeva di una luce incessante, ma che ha attraversato tutte le maggiori bufere torinesi sulle proprie foglie e rami perché tanto anche se lasci la finestra aperta nell’ingresso non gliene frega niente a nessuno, il cane del capo, un essere immondo che produce peti a ripetizione, se non sta facendo opera di autoerotismo con la lingua, se non abbaia come nemmeno Eva Henger nel bel mezzo di una gang-bang e solo perché vede ricomparire il suo padrone sul ciglio della porta con la colpa assoluta di essere uscito senza la sua compagnia cinque minuti cinque per andare a comprare le povere sigarette, utili a concimare la nicotina già citata per la stanzetta buia e isterica, i litigi, le battute, i racconti interminabili dello scorso secolo, i disegni, tanti disegni, troppi, inutili, superflui e progetti anche brutti, e le finestre. Quattro in tutto a tutto sesto, su due lati, un’immensa luce, un’immensa solitudine, l’immensità. E le basse e inutili ringhiere, di ferro battuto, con i motivi antichi, in cui ho sempre seguito le curve di una donna, a proposito, le donne, le amiche, i film, i preservativi usati e non, qualche sigaro, incenso quando la buona fortuna ci toccava, le sagome di cartone di un uomo, le sagome di cartone di gambe di donna, i tecnigrafi, vecchi e gialli, e impolverati, e liberty, e i faldoni, terribili faldoni, e ancora la cenere, te la trovavi anche nelle scarpe, ne uscivi a stento e nel weekend il lavaggio capelli era fondamentale momento di rimozione totale, ma poi si tornava lì, nella malinconia, unica isola e isolamento, ma nel centro, ma al centro, come nell’occhio del ciclone, tutto fuori brilla e fa rumore, tutto dentro è silenzioso e denso, e sporco, come ogni Uomo è. E il condizionatore, terribile, che sarebbe potuto essere sostituito tranquillamente con una P38 alla testa, tanto era inutile per rinfrescare (e se ci riusciva ti ricordava di quali fascie muscolari il tuo corpo è costituito infiammandole una ad una) e da sequestro per l’inquinamento acustico, il basso frigo rosso con lo scheletro scoperto e di cui ci si è accorti troppo tardi essere stato la sede di qualche strano oggetto ammuffito e forse di provenienza aliena o berlusconiana, i rotoli di carta, le stampanti, rumorose inette donne che dovevi prenderle come sapevi tu sennò ti facevano passare indenne una risma di carta intera o la inchiostravano di codici crittografati egizi, i render, i cavi, dio quanti cavi incavati e incavicchiati e scavicchiati, le prese di fili scoperti, le lampadine funzionanti una sì una no, il calendario dei carabinieri, che quando l’ho buttato, dentro, saltellavo di gioia, il fax, dannato fax, la connessione, che a 56k andava una meraviglia e cambiando con la Affari di libero apriva solo google e qualche pagina di wikipedia, la moglie che vuole imparare a usare il pc quando non sa che uno le donne non sanno usare i pc e due le donne anziane dovrebbero fare le nonne e guardare le telenovelas non rompere le palle al marito che fuma anche se fa bene, i chiodi infilati ai lati dei mobili dove appendere le 6 pinzatrici, di cui veniva usata sempre la stessa perché l’unica ad avere le griffette e alle altre non si mettevano mai, l’aggeggio affettacarta, che veniva sempre appositamente usato sul pavimento e lasciato con la lama libera, giusto per una questione di sicurezza, la seconda finestra da destra dando le spalle all’ingresso che aveva la barra per la chiusura ermetica rotta e ogni volta te ne dimenticavi e ti rimaneva in mano, la collezione completa di paginegialle paginebianche e numeri utili dal 1990 a oggi, e aspettiamo con ansia la prossima uscita, il primo libro di L. Khan che mi è capitato tra le mani, i Domus comprati con i miei soldini che mia madre se li tenevo in casa teneva poi me con la testa nel cesso per tre minuti senza farmi respirare che in casa non c’è più spazio nemmeno per cagare, la scala di ingresso che quando arrivavi la prima volta sbattevi sempre la testa, ma quando accompagnavi qualcuno per la prima volta lì con te e gli dicevi di fare attenzione alla testa, quello era già passato senza il minimo problema chiedendosi anzi di cosa stessi parlando, e allora ti rendevi conto di essere stato tu un coglione la prima volta, l’indimenticabile cesso, “che è proprio un cesso” parafrasando il Prof, il rubinetto arruginito del lavandino, il lavandino sporco di secoli, la porta, enorme plancia per la cartina del Piemonte, la porta enorme fuoriscala per quello che era praticamente un buco nel muro, la cuccia del cane, ossia una cesta per merenda in giardino abbinata a un kilt rubato a uno scozzese povero, la scodellina del cane, nient’altro che una latta di biscotti spiderman, le macchine da scrivere impolverate di almeno un decennio, le stampanti non funzionanti e i computer ormai obsoleti, i monitor enormi, quelli che quando non c’era l’lcd per muoverlo c’era la base rotabile in basso e non si muoveva solo lui, ma il tavolo su cui stava il tavolo attiguo il pavimento attiguo ai due tavoli i muri le porte e i soffitti, l’anno che ci fumavamo la nostra santa siga sulla finestra che dava sul secondo cortile, sia perché faceva caldo, sia perché c’erano ragazzi dell’agenzia di informatica che cercavano una via di fuga dalla vita terribile e disonesta che è quella di lavorare per una agenzia di informatica, le musicassette, i cd, le casse rotte del computer, i computer nuovi senza la scheda audio e secondo me si stavano dimenticando pure quella video, le notti insonni, le notti a dormire per terra sul materassino da campeggio, e non perché ce ne era bisogno, ma per sentirti libero di farlo, fanculo, la consumata felpa con la zip centrale del prof che solo il mio collega indossava quando aveva freddo, anche se aveva la sua, di felpa, il tabacco e le cartine mai usate, i resti di pranzi del Mac di Piazza Castello o della Focacceria Tipicamente Ligure nel tipico centro di Torino, il cortile sempre stracolmo di macchine e mai un posto per il capo, e il figlio della portinaia che mi ha rotto il culo una volta perché ho ascoltato musica tutta la notte ma che poi ci chiede se può prendersi i computer vecchi perché non ha soldi di comprarsene uno, e il tram 13 che mi portava ogni giorno, che non mi fermavo in Piazza Castello, ma a quella prima, che ci mettevo lo stesso tempo, ma evitavo via Roma e via Lagrange, tagliavo per via Bertola e poi dritto sotto quella galleria fantastica e snob e ex sede de “La Stampa” che è Galleria San Federico, che praticamente ho visto tutti i lavori che stanno facendo per il vecchio cinema Lux, il cinema storico e forse fascista, e poi uscivo dalla galleria e Sbam!, Piazza San Carlo, i suoi tipici portici, che da quando è pedonale è mille volte più bella, alla faccia di chi non voleva il parcheggio sotterraneo, alla faccia di chi ha sempre qualcosa da ridire, come me, e poi arrivavo in via Lagrange da un cortile, di nascosto, di soppiatto, e mi infilavo nel portincino, a volte in bici, che entri e la bici non la puoi mettere da nessuna parte perché, porca zozza, è stracolmo pure di quelle, ma devo legarla per forza sennò me la fregano, e la noia, la noia insopportabile, la sofferenza che ho provato lì, le volte che avrei voluto mollare tutto e andarmene, e lui era sempre lì, mai una parola di sostegno, mai una di diniego, solo la presenza e la polvere. E la nicotina. E quella volta che ho lavato le finestre, e dopo sembrava di aver comprato un set di nuovi spot all’Ikea, con il detersivo le ho lavate, con mezzi di fortuna, ma ragazzi, erano davvero uno schifo, e le foglie, le foglie che entravano giusto lì, per darti fastidio, foglie gialle, che si posavano sulla moquettes, e per toglierle dovevi usare la scopa di taglio e ti rompevi le palle a farlo, perché nessuno lo faceva, quella volta che dallo schifo che c’era ho passato l’aspirapolvere per la disperazione, e alle nostre amiche, e ai nostri amici, che venivano spesso a trovarci, perché anche per loro era un bel posto, anche loro ci gongolavano, era un cortile da oratorio, era un posto in cui ci potevamo sentire uniti, o almeno così mi sembrava. E tutto questo lo sento ora, adesso. Mi sento spaesato. Perché non è come andare all’estero per anni. No. Qui ti è stata tolta una cosa che sapeva di casa. Che in qualche modo era anche tua. E non potrai più riaverla. Avere l’onore di ammirarlo senza un mobile o un libro è stato entusiasmante. Vedere cosa nascondevano certi mobili, certi angoli, certe ombre, di cui ti sei sempre chiesto da cosa venivano prodotte. Ma ora è tutto finito. Ora è tutto vuoto.
10月7日 Sigarette Rubate.Dalle nuvole viene quel suono astratto. Un suono che il suo amplificatore non può capire. Dalle nuvole sorvola fitto i tetti fotovoltaici e si spiaccica sui vetri ultraresistenti. Non ha mai capito perché tutto sia così perfetto. Le case non inquinano, lo spreco non esiste. L’energia è contata al microWattore, rintocchi perfetti scandiscono una giornata di lavoro e studio. Guarda giù in strada: bici elettriche superano automobili in fila per pochi secondi al semaforo al laser. Per molti tutto questo è una benedizione. Anche la creatività è posta sotto la lente di ingrandimento della perfetta sintonia e dell’omologata individualità. Le masse democratiche sono socialisticamente organizzate, quelle comuniste sono liberamente defraudate. Lo svizzero orologio umano si intravede stagliato nell’opacità di background di città, quasi deliberatamente drogate dalla responsabilità. In tutto questo, l’uomo, alto, smilzo, indossa con disinvoltura un cappello da scorso millenio. Fuma con piacere una vera sigaretta. Dove l’abbia trovata, nessuno può saperlo. I mercati neri sono stati debellati a suo tempo. Guarda attraverso il vetro ultraresistente. E d’improvviso quel suono astratto dalle nuvole. Da sotto il cappello il filtro si sposta leggermente sulla destra, accompagnando il breve cenno del sorriso liberatorio che il nostro si lascia sfuggire. Che forse dalle nuvole questa perfezione vada in frantumi? Il suono è forte, candido, chiaro, porta un messaggio universale. Sembra una musica, una musica come forse non se ne sono più sentite dal Pop del Novecento, una musica da videoclip. Sbrang. Un’altra ondata. Il fumo della sigaretta ondeggia per un attimo. La cenere residua sul ditale abbrustolito si scrolla e rovina a terra. Il pollice della destra appoggiato al mento, mentre tra l’indice e il medio il calcinoma portatile viene soavemente accarezzato. Lo sguardo dell’uomo da sotto il cappello è assorto fuori dalla vetrata, ma è, si direbbe, felice. Una contentezza piena, di quelle maliziose di chi sa di avere qualcosa in più di altri, di chi non deve dare, e che non può ricevere, perché ne ha solo per sé, e gli basta. Perché è suo. Le labbra circondate da una barbetta di poche ore, lo spettro fumoso che segue la figura del cappello, il tessuto, la risalita, liberandosi in un attimo, caoticamente, nell’aria opportunamente deumidificata del centro commerciale. Tra pochi secondi efficienti inservienti arriveranno a interrompere la soddisfazione totale dell’uomo con il cappello e la sigaretta. Lui lo sa, o forse no. Eppure resta lì fisso a guardare quel suono. Non i jet ultraveloci leggeri a idrogeno, no, lui guarda quel suono dalle nuvole. Non riescono a capacitarsi di quello che sta facendo, le persone morigerate intorno a lui. Se continua così, si ammalerà presto. E non è accettabile. Perché far del mare a una macchina tanto perfetta come quella dell’Uomo? Ma l’uomo, quello di cui sembra il residuo originale, quello con la u minuscola, è contento. Sembra non importargliene. Sembra essere totalmente cosciente del suo posto nell’universo, del posto di questo perfetto mondo sincronizzato nel medesimo universo, e la sua natura di uomo con il cappello e la sigaretta che lo caratterizza all’interno di questo perfetto mondo sincronizzato nel medesimo universo. Gli allarmi, le divise che si incrociano, lo stupore di giovani guardie che tutto pensano tranne che di incontrare cotanta insolenza. L’uomo è distinto, malizioso con la sua sigaretta in mano, e continua a guardare fuori la vita perfettamente regolata di una società che ha trovato tutti i meccanismi per non potersi criticare. Una piccola folla di altrettanto distinte famiglie fa capannello. “Il signore potrebbe spegnere la sigaretta e seguirci?”. L’uomo, che non si è ancora voltato, guarda ancora fuori. Il suono da musica Pop ritorna indissolubile, di nuovo, questa volta pronunciando parole comprensibili, che in un tuono possono scuotere le coscienze. “Fiuuuuu”, fa l’uomo, respirando a pieni polmoni quella tossicità figlia di secoli di evoluzione commerciale. “Signore, non intendiamo ripeterglielo, spenga la sigaretta e la preghiamo di seguirci. Sta infrangendo le regole”. Il cappello è in un tessuto nero vellutato. È palpabile allo sguardo. Densa morbidezza finemente lavorata. La luce, regolata da spot di ultima generazione che permettono solo illuminazioni uniformi, su questa superficie ormai in disuso non ha idea di come possa vivere. Disomogeneamente illumina il cappello e di conseguenza l’uomo. Le guardie in attesa, pochi secondi e l’avrebbero preso con la forza. La tensione al limite, e uno scatto improvviso dell’accanito tabagista. Girandosi, poche parole, una domanda: “Non la sentite anche voi?”. E di nuovo quel suono dalle nuvole. Questa volta più forte, ritmata, continua, la canzone prende sostanza, e i vetri ultraresistenti sono investiti inconsapevoli della loro imminente fine. “To the center of the city in the night, waiting for you”. Una voce profonda, dolorosa, forte. Un suono d’oltretomba, che spacca l’anima. I vetri cominciano a vibrare fortemente, chissà quanti decibel sono. È un suono lugubre, ma rassicurante, avvolgente e destabilizzante. “… waiting for you”. “E ora? Non la sentite anche voi?”. Sì, come possono non sentirla? Defraudati di uno schema mentale plausibile, le guardie immobili aspettano forse ordini dall’auricolare che tengono accuratamente accostato all’orecchio. Le famiglie, che nel frattempo si sono spinte indietro per il forte impatto sonoro, sentono queste parole pavidamente. Chi sta aspettando quest’uomo? Cosa c’è nel centro della città, di notte? Non possono immaginare la notte, loro. La notte è solo dei sogni, quelli moderatamente prodotti dalle macchine REM. Un’invenzione geniale per regolarizzare le ore in cui la perfetta macchina che è il corpo umano può riposarsi. Molti studi di molte Università tendono a imputare anche a questa invenzione l’increndibile longevità delle ultime generazioni. La notte non esiste. Di cosa parla quella voce profonda sgraziata e lancinante che viene dalle nuvole? La sigaretta è quasi spenta. Un’ultima trionfante boccata. L’uomo con il cappello, gode in tutto il suo essere questo vizio mortale. Tira e tira, le guancie si fanno strette, gli occhi si stringono in un attimo, come a voler vedere la nicotina che entra, si irradia e corrode. Un ultimo sospiro. La mano velocemente cerca un posacenere, che non esiste, e allora, con fare scontroso, la butta, con una leggera sinusoide. La cicca tocca terra, lasciando qualche zampillo, pochi millemitri di ossigeno risparmiato. Volti con quell’espressione tanto soddisfatta e maliziosa e viziosa non se ne vedevano più da molto tempo. I tempi erano cambiati. “To the center of the city in the night, waiting for you”. “La aspetto ormai da tempo. Voi siete tutti morti signori. È ora che cerchiate di rendervene conto”. Il vetro crepato, in un attimo fu frantumi. Il suono dalle nuvole diviene un assolo di chitarra elettrica pura, non di suono elettronico o plastico o sintetico. Un colpo netto, e uno scoppio improvviso di materiali di varia natura investe ora l’atmosfera. Le famiglie coprono i piccoli, le guardie sono a terra impauriti. Il suono dalle nuvole è completo avvolgente esplosivo. L’uomo con il cappello sta in piedi a malapena, ma ride, ride di gioia usando la mano destra sulla testa, come a trattenere l’unica cosa che abbia importanza per lui. E poi silenzio. D’un tratto tutto fu silenzio. Allarmi. Nuvole. Polvere e cenere. Il solito, insomma. Di nuovo girandosi verso la piccola folla, che ora lo guarda come un profeta che può spiegare tutto quello che sta succedendo, l’uomo con il cappello mette la destra nella giacca, ne tira fuori un pacchetto plastificato nero, ne scarta l’involucro più esterno e lo apre con sapienza, come di chi è uso mettere le chiavi nella serratura di casa o chi ha l’abitudine di bagnare i biscotti sintetici nel latte scremato. Dentro l’oscuro parallelelpido, molte delle sigarette che stava fumando poc’anzi sono serrate una contro l’altra, pronte per l’uso. Con un dito ne sfila una. La porta alla bocca, la accende con un oggettino in legno che provoca uno strano odore allo strofinio, e ritorna a fumare. “Questo è solo l’inizio, signori. State per essere estinti da un istinto superiore, da chi vi ha creato in un modo che voi avete rifiutato e sottovalutato. La aspettavo. È il mio unico amore. L’unica lei possibile. Ma voi non capirete mai. Siete pronti a morire?”. La folla che aspettava una risposta, trova solo altre domande a cui non riuscire a dare forma. L’uomo oscuro, l’uomo dal cappello e la sigaretta non era nessuno. Sembra non essere di questo mondo, sembra non essere di questa Natura, eppure sembra esserne molto più partecipe di quanto se ne sentano guardie e famiglie. Forse perché tra tutti loro, non un amore era stato scambiato mai, forse perché si sentivano estranei persino per se stessi, forse perché non avevano nessun senso di appartenenza o patria. Forse era vero, erano morti e non lo sapevano. Con laconico sorriso: “Addio” come ultime parole. Giratosi verso la vetrata irriconoscibile, con la sigaretta tra le labbra, lo sguardo verso la città, per un attimo sta fermo. Poi una rincorsa e il salto nel vuoto. Dalle nuvole torna quel suono. “To the center of the city in the night, waiting for you”. E il mondo che sto guardando viene distrutto edificio dopo edificio da questa canzone. Un mondo meccanico che non trova soluzione corretta per il rumore dalle nuvole.
9月19日 Marcia su Roma."<<Ma tu l'hai poi fatta sul serio la marcia su Roma?>> domando improvvisamente a tavola.
<<Solo fino a Isola,>> dice mio padre. Isola è a quattro chilometri da qui, in direzione sud. Dunque era sulla strada giusta. <<A Isola ho detto che avevo il bambino malato, che eri tu, e così sono tornato a casa. Anzi c'era anche coso, come si chiama, che ha approfittato anche lui dell'occasione per tornare indietro. Ha detto che aveva mal di pancia. Però il mio posto lo ha presto tuo zio Ernesto.>>
<<Allora lo zio sì che l'aveva fatta, la marcia su Roma.>>
<<Sì,>> dice il papà, <<lui è andato avanti cogli altri al posto mio.>>
<<Insomma lui a Roma c'è andato per davvero.>>
<<Ah, a Roma no. Si sono fermati due giorni a Vicenza e dopo sono tornati a casa.>>
Vicenza è a sedici chilometri, sempre nella direzione giusta."
sempre da Libera nos a malo 9月16日 Connection.Non voglio costruire niente, non voglio migliorare questo mondo. E non se lo merita. A parte alcune cose. Come:
- Le droghe. - Il sesso. - Il cinema e la musica. Il resto è mediocrità che si insinua nella nostra pelle come uno di quegli animaletti metallici di matrix, quelli che per farli uscire hai bisogno di una pompetta metallica dall’ombelico. Schifo. In tutto questo, adoro leggere e scrivere. Ma sono davvero messo male. Nel senso che proprio non ho niente da dire. Dopo anni di sogni di gloria e voglia di realizzarmi (senza peraltro fare davvero qualcosa per indirizzarmi almeno in quella direzione) sono arrivato a un punto. Quel merda di punto in cui uno si guarda indietro. E non è che il punto sia un punto. No, è una merda di linea tratteggiata sul pavimento sotto cui, a caratteri Arial altezza 110, c’è scritto STOP. Cioè, cristo, non puoi evitarlo, perché è lì. Vorresti fare la furbata di oltrepassarlo rischiando che qualcuno ti prenda dalla sinistra. Ma non ce la fai. Quel cazzo di punto è un buco. Un buco in cui le gambe affondano fino alle ginocchie, in cui non ce la fai a scappare come fai sempre, in cui, fanculo, forse è meglio che sta cosa la affronto. E allora ti guardi indietro. Non si sa quale legge fisica lo permetta visto che sei scavato fino alle ginocchia, poi ti giri e ti accorgi. Di vedere te stesso dall’esterno. Con sguardo maturo. Da adulto quasi. E ti piace poter giudicare una volta, ma con giusta misura, non con “sintomatico mistero”. E guardo le persone che ho conosciuto, le cose – le dannate cose – che ho fatto, le donne con cui sono stato, le donne con cui sarei voluto stare, i libri, i personaggi che hanno composto la mia vita fino ad ora. Come un puzzle mi vedo tutto intero. Le linee dei vari pezzi formano niente meno che i tratti somatici di un viso magro e sbellettato, naso lungo, barba insolente, occhio sguercio. E mi accorgo di cosa mi sono perso in tutto questo tempo. Del tempo. Una merda di entità parapocalittica che ti segna, ti ricorda che lui è lì modificandoTI. Lui non si modifica, il pezzo di stronzo. No. Lui modifica TE. Dal primo momento cazzuto. Non resisto mica, io me ne vorrei andare. Sì andare da questo Punto ad un altro Punto, almeno. Dio com’è frustante restare fermo. Eppure c’è qualcosa che non mi fa proprio muovere, e penso, molto sinceramente, sia la paura. >> E' stato scritto tempo addietro. E ieri leggo un capitolo di un libro che mi sta prendendo l'anima, nel tempo e nello spazio. E ho unito queste due cose, la mia situzione e questa descrizione. E ho capito che mi manca qualcosa, mi manca la vita di paese che non ho mai avuto. E che il nostro mondo ha distrutto quella laboriosa e complessa dell' antico. Per una molto più semplice e scevra da dinamiche "creative". Beh a me quel mondo manca. Ridatemelo. "[...] Le virtù principali vigevano nella cerchia del mondo familiare, ed erano connesse colle necessità della vita, e col lavoro. La parola "dovere" in senso morale è sconosciuta in dialetto; c'è invece l'espressione "bisogna", nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sè, per la "dòna", per "el me òmo", per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare. Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare meno. [...] la virtù che corrisponde a questo aspetto del lavoro è ovviamente la pazienza, la laboriosità, la voglia e la forza di lavorare molto. Questa virtù era riconosciuta presso di noi: "è un lavoratore" è un'espressione di alta lode per mio padre, e vuol dire proprio questo: è uno che si consuma a lavorare, che non si ferma mai. Ma non è l'espressione più alta di lode che mio padre usa a proposito di lavoro. La lode massima è: "è bravo, è un bravo operaio", e per operaio intende non tanto l'operaio industriale, quanto chiunque faccia "opere" [...], l'artigiano, colui che la Arendt chiama homo faber. Perchè, noi non eravamo una società rurale, eravamo un paese, con le sue arti, il suo work creativo, fatto di abilità e non solo di pazienza. Per questo ci sentivamo parte di un mondo: la Arendt sostiene con ammirevole lucidezza che il "mondo" solido e reale, in quanto distinto dalla caduca e illusoria "natura", si produce quando l'artigiano interpone tra noi e la natura le cose che fa: res da cui reale. [...]. Le cose del nostro mondo ce le facevamo dunque noi stessi, molto più di adesso; le idee venivano bensì da fuori, ma si assimilavano profondamente attraverso il lavoro diretto. Tutto era umanizzato in questo mondo. Oggi arrivano i rubinetti cromati, gli aspirapolvere e le vasche da bagno, il mio amico Sandro li mette in vetrina, e poi li vende e buona notte (e si dà il caso che Sandro sia un artigiano di prim'ordine, erede di quelli di una volta; ma nel paese di oggi sembra quasi un hobby, una sua abilità personale come fare i giochi di prestigio con le carte). [...]" da Libera nos a malo (la sottolineatura è dovuta a me). ps: ci sono ancora molte parti che mi piacerebbe ricopiarvi. Ma conoscendo l'uomo moderno, nessuno si addentrerà nella lettura, innescandosi quel misterioso circuito di malavoglia che è direttamente proporzionale alla lunghezza "visiva" di uno scritto. 8月5日 Il ciccio.Qui in paese quando ero bambino c'era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l'altar maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bamibini che facevano cose brutte. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz'altro così, ma grazie a Dio non poteva.
Da "Libera nos a Malo" di L. Meneghello 8月2日 Script (in my head)- allora ci dica, cos'è secondo lei "brutto"?
- la Verità.
- la Verità?
- sì la Verità. Mi pare una menzogna. 7月24日 Quando hai un'amica in gamba.
5月18日 Dialettica di un Periodo di Transizione tra il Bene e il Male.Stepa Mikailovic vive nella dimensione di un numero, il 34. Legato a questo per motivi fuori da ogni logica fin dall’infanzia, Stepa si aggira in una Russia abitata da un magma surreale di personaggi dalle strampalate scaramanzie e le fantasiose abitudini. La sua compagna inglese Mijus lo chiama Pikachu, il nemico Saederev è un banchiere omosessuale a cui piace vestirsi da asino e che sembra legato al numero 43, l’opposto maligno del suo amuleto algebrico. L’ultima opera di Viktor Pelevin non è altro che l’ennesimo capolavoro, un Discorso sulla fluidità della vita, in cui il “Basso” e l’”Alto” si mischiano in un turbine di ironia e cinismo, orchestrati perfettamente dall’intellettuale russo. Opera colta e terribilmente odierna, riesce – come solo Pelevin sa fare – a ridurre la filosofia, la religione, l’astratto e le ragioni dell’anima, a dimensione del reale, a misura della pazzia dell’Uomo. Che crede negli amuleti, che si lega a superstizione, che a loro volta fanno di tutto per far in modo che si creda loro. La vivacità e lo stile, quasi melanconico e un po’ rassegnato, enfatizzano il mondo in cui il nostro Stepa si arrischia, per amore e fede nel proprio Dio: il 34. Eppure in tutto questo magma di surrealismo ed esitenzialismo, di ironia e incredulità, l’opera lascia al lettore un non so che di indefinito, quasi a monito, quasi a voler dire: anche tu sei molto di Stepa. Anche tu hai i tuoi amuleti, anche tu fai attenzione da quale parte del letto la mattina il tuo piede avrà l’ardire di posarsi. Anche tu, raziocinante uomo, ti appoggi all’immaterialità solida che è la superstizione. Perché la vita, tanto si sa, è inspiegabile.
ps: l'ho scritto per una recensione. ovviamente un piccolo concorsino, non le scrivo mica per le grandi testate. eh. 5月14日 Scritti Corsivi. Ovvero: DE LOUIS KHANAE.Entrare nel merito delle opere di Louis Khan in questa sede ci sembra l’approccio sbagliato. Per varie motivazioni, tra cui quella di non avere forse la dimestichezza necessaria e l’esperienza accumulata per poter davvero comprenderla a fondo. Quello che ci basta qui è la comprensione dell’animo dell’uomo, che forse meglio di chiunque altro, nel secolo scorso, ha toccato vette di profonda filosofia, oltre che di architettura. Da diligente analista, il Giovane Studente si appresta con umiltà nella ricerca del tema assegnatoci. Nel vocabolario italiano, alla parola “Passione” leggiamo, come primo significato, quello arcaico di “patimento fisico” e solo secondariamente si parla di “sentimento violento che tiene l'animo in uno stato di grande agitazione; trasporto amoroso” oppure di “[in senso figurato] vivo interesse per qualcosa; la cosa che suscita un tale interesse”. La primissima domanda che ci poniamo è: quale di questi significati è quello più appropriato per la vita professionale del nostro “Lou”? Da quel poco che ci rimane delle sue conferenze ed interviste, sembra un piccolo uomo pacato con il viso leggermente sfregiato. Eppure, dal racconto di suoi studenti e colleghi, egli era capace di lavorare per settimane intere senza mai fermarsi, di dare tutto, di viaggiare moltissimo senza sosta. Di vivere per l’architettura giorno e notte. In questo senso direi senza dubbio che potremmo parlare di patimento fisico, di sforzo incommensurabile, pensando poi che le sue maggiori opere sono frutto dei suoi ultimi vent’anni di vita. Riflettendo su persone di questa risma, il Giovane Studente rimane spesso interdetto, non riuscendo a comprendere in pieno cosa possa muovere un uomo a tanto sforzo e a tanto lavoro. L’unica motivazione che possiamo darci, l’unica talmente banale da sollevare obiezioni, è forse quella dell’amore. L’amore e il lavoro sono la più grande cura, così almeno diceva Freud. Lou non aveva certo malattie psicomotorie, ma sicuramente aveva trovato la sua dimensione nel lavoro. Eppure, leggendo e analizzando la sua opera, c’è da chiedersi: qual è stato il suo lavoro? Insegnante, pensatore, artista, filosofo, guru? O forse tutte tra queste? E tutte queste stanno dentro i limiti verbali della definizione di “architetto”? Perché è in questa dimensione che la sua grandezza prende vigore. Lou se ne frega del modo di costruire dell’International Style e del postmodernismo. Lou se ne frega delle mode. E questo direi che è ancora più banale che parlare di amore. Ma la sua vera grandezza sta forse nella capacità di andare oltre, di trascendere il tempo, per un bene umano essenziale: quello di lasciare traccia di sé. È questo che rende l’Uomo tale: la capacità della memoria. Siamo il risultato del nostro passato e Khan di questo tiene terribilmente conto. Nelle sue architetture il passato e il presente si stringono amorevolmente in un letto di mattoni e cemento per generare figli nel futuro. Khan comprende la forza dell’architettura romana, di Caracalla, del suo grandioso funzionalismo che non tralascia mai la capacità di grandezza futura. E capisce che deve diventarne testimone, e attualizzare questo messaggio nel modo migliore. Ma non è solo questo. Khan non è solo l’uso del mattone e forme semplici incanstrate tra loro. Questa è solo una “forma”. Egli, penso, per quanto laico (l’”ebreo finlandese”), riusciva a trascendere e astrarre il tutto in maniera pratica ma profondamente religiosa. Viva. Eterna. Perché parla di rovine? Perché parla di un futuro molto lontano? Perché sa che l’architettura, un’architettura profonda, che lasci il segno, deve poter essere un giorno vista come qualcosa di immanente, di necessario, quasi una creazione della natura, non dell’uomo. “L’architettura non esiste. Esiste l’opera dell’architetto.” È l’architetto che ha il compito di arrivare a conclusioni per l’uomo, che siano oltre la mera moda e la capacità di “fare soldi”. Che senso hanno per Lou i soldi? Guarda a un futuro troppo lontano per tutti quelli che gli stanno intorno, la quotidianeità non accetta la visione di mondi nemmeno immaginati ancora. La religiosità e la fede in questo costante lavoro, lo portano a seguire mete nel centro dell’animo umano, non nel piacere di vedersi pubblicare su una rivista. Egli forse, non ha passione per il suo mestiere in quanto tale. Avrebbe potuto fare il musicista, il disegnatore. L’artista in senso figurativo. Egli avrebbe credo seguito la stessa direzione. La metafisica dell’anima. Ha scelto l’architettura, credo, perché egli ne vedeva una forza che in altre arti non vedeva. “L’architetto deve conoscere le altre arti”. Nel percorso personale del Giovane Studente, l’incontro con Khan un paio di anni fa è stato destabilizzante. Non nel senso che ha incontrato qualcosa che non avesse mai visto prima. No. Il Giovane Studente ne è rimasto destabilizzato perché ha guardato quelle forme come qualcosa che cercava instacabilmente nelle foto e nei dizionari di storia dell’architettura contemporanea. Abbiamo trovato in Khan un personaggio e un esempio isolato nella storia e nella banalità dell’archetipo di architetto – artista, genio e bastardo, terribile nei modi e ingeneroso, individualista. Nella passione di Khan per l’architettura non sta la passione di un uomo che vede nel proprio lavoro tutto. Sta la passione di un uomo verso l’Uomo, in particolar modo verso l’Uomo che sta nell’Universo. Nelle parole di Lou (che per principio non amo definire architetto) stanno la più grande severità e la più grande generosità. Egli era apertissimo alla discussione, e ne sono testimonianze le sue lezioni all’università, che secondo me gli erano di grande stimolo e ispirazione. Non era “geloso” delle proprie idee, perché sapeva che il confronto poteva migliorare in modo esponenziale un’idea. Era umile. Un aggettivo che moltissimi grandi architetti hanno dimenticato e la mancanza della quale il Giovane Studente non riesce a sopportare. Era umile in tutto. Nella ricerca del materiale, nell’atteggiamento verso il progetto, non aveva risposte, ma molte domande. Come è espresso nel libro, egli cercava di utilizzare un metodo quantomeno maieutico verso i suoi studenti. Ed è questo che in Khan, piace al G. S. In lui ha trovato l’architetto che cercava da tempo. Questo non vuol assolutamente dire che Egli copierà meramente le opere del maestro. No. Vuol dire che nell’esperienza di vita, la prima unica grande scuola, l’incontro con altri grandi personaggi di altre discipline che esercitavano un certo fascino su di lui, cocciavano terribilmente con figure studiate o scoperte tramite la ricerca autodidattica. Facciamo un esempio molto semplice. Limpido. Nella memoria la figura di Khan si associa indebitamenete a quella del poeta Pier Paolo Pasolini. Le due figure non sono associate tra loro per nessuna motivazione. Pasolini anzi viene associato spesso a tutto e a tutti. Non penso questo. Ma nella visione personale del G.S., le due figure sono limpidamente connesse per motivazioni totalmente “religiose”, romantiche, etiche. Ciò che più notiamo nell’architettura di Lou è una sostanziale ricerca del Vero. La verità risuona in tutte le sue opere. Egli cerca la verità nelle forme, nell’approccio al progetto, nell’approccio al sito. Nell’approccio alla cultura locale. E ascolta le antiche tecniche costruttive. Ascolta i materiali e li usa come vuole che essi siano usati. Tutto ciò sembra talmente romantico e vuoto che non può avere riscontro nella realtà. Invece no. Lou ci mette di fronte ad architettura straordinarie basate su questi principi morali. Ed è qui che lo ricollego mentalmente al Pasolini. Egli scrisse un giorno: “il moralista dice di no agli altri, l’uomo morale dice di no solo a se stesso.” Rifletto sempre su quanto no dovrà il Giovane Studente ancora dire per poter raggiungere quella morale, che non è bigotta e fine a se stessa, ma reale e utile per arrivare alla verità. Penso che Lou, mentre sedeva nel suo studio a Philadelphia, mentre parlava con i suoi collaboratori, mentre disegnava e entrava in contatto con la sua architettura, si dicesse spesso: NO!. Un no deciso, violento, ma profondo, che gli permetteva di percorrere la giusta via. La passione, forse allora, altro non è che la capacità di seguire quel no senza chiedersi altro, la capacità di imparare da quel no e sentirlo dentro intimamente. “L’arte è la lingua di Dio”. 4月27日 Millenovecentottantaquattro."Ascolta, più sono gli uomini che hai avuto e più ti amo. Capisci quel che voglio dire?"
"Perfettamente"
"Odio la purezza, odio la bontà! Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo."
"E allora, caro, dovrei essere proprio il tipo che fa per te, perchè io sono corrotta fino al midollo."
"Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l'amore in quanto tale."
"L'adoro."
4月18日 PERSO |
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