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11月5日 Via Lagrange 3, digita 4001 e poi la Campanella.Malinconia. Sì, malinconia e rabbia. Sono cose che uno sente. Che uno sente quando sta per lasciare qualcosa che ha avuto importanza. Un punto di riferimento, lì, indefinito. Una base per crescere. Un posto dove lasciare lacrime, cuore, stomaco. Dove ascoltare musica, maledire le moquettes rosso sangue, i ragni, i vetri sporchi, le portinaie figlie di Quasimodo e i rispettivi figli di questi (quindi i nipoti di Quasimodo); la moglie del proprio capo, i fogli (Dio quanti), le aziende che cercano di venderti tutto tranne quello che serve, cataloghi enormi, inutili, arredi anni 70 tanto polverosi da sembrare addirittura affascinanti; dove sdraiarsi su una poltrona caduta dritta dal cielo; fotocopiatrici enormi ma inservibili; dove l’odore del tabacco e soprattutto della nicotina diventa parte del tutto con audacia e premura, perché il suo padrone sa farsene servo. E la cenere. Le sigarette buttate, le sigarette riciclate, il calore del sole d’estate, quell’adorabile ticchettio delle gocce di pioggia sulla grondaia – d’inverno – , il selciato del cortile, sassoso, pericolosamente liscio con la pioggia, drasticamente fastidioso in condizioni metereologiche di sereno o coperto, le penne, migliaia di penne tutte usate, le matite, di qualsiasi tipo, i quadretti appesi e i segni sull’intonaco da essi lasciati, la caldaietta e il relativo interruttore, che senti il CLIC quando parte, ma aspetti il CLIC che parta, e il CLIC non arriva mai, l’unica povera pianta che godeva di una luce incessante, ma che ha attraversato tutte le maggiori bufere torinesi sulle proprie foglie e rami perché tanto anche se lasci la finestra aperta nell’ingresso non gliene frega niente a nessuno, il cane del capo, un essere immondo che produce peti a ripetizione, se non sta facendo opera di autoerotismo con la lingua, se non abbaia come nemmeno Eva Henger nel bel mezzo di una gang-bang e solo perché vede ricomparire il suo padrone sul ciglio della porta con la colpa assoluta di essere uscito senza la sua compagnia cinque minuti cinque per andare a comprare le povere sigarette, utili a concimare la nicotina già citata per la stanzetta buia e isterica, i litigi, le battute, i racconti interminabili dello scorso secolo, i disegni, tanti disegni, troppi, inutili, superflui e progetti anche brutti, e le finestre. Quattro in tutto a tutto sesto, su due lati, un’immensa luce, un’immensa solitudine, l’immensità. E le basse e inutili ringhiere, di ferro battuto, con i motivi antichi, in cui ho sempre seguito le curve di una donna, a proposito, le donne, le amiche, i film, i preservativi usati e non, qualche sigaro, incenso quando la buona fortuna ci toccava, le sagome di cartone di un uomo, le sagome di cartone di gambe di donna, i tecnigrafi, vecchi e gialli, e impolverati, e liberty, e i faldoni, terribili faldoni, e ancora la cenere, te la trovavi anche nelle scarpe, ne uscivi a stento e nel weekend il lavaggio capelli era fondamentale momento di rimozione totale, ma poi si tornava lì, nella malinconia, unica isola e isolamento, ma nel centro, ma al centro, come nell’occhio del ciclone, tutto fuori brilla e fa rumore, tutto dentro è silenzioso e denso, e sporco, come ogni Uomo è. E il condizionatore, terribile, che sarebbe potuto essere sostituito tranquillamente con una P38 alla testa, tanto era inutile per rinfrescare (e se ci riusciva ti ricordava di quali fascie muscolari il tuo corpo è costituito infiammandole una ad una) e da sequestro per l’inquinamento acustico, il basso frigo rosso con lo scheletro scoperto e di cui ci si è accorti troppo tardi essere stato la sede di qualche strano oggetto ammuffito e forse di provenienza aliena o berlusconiana, i rotoli di carta, le stampanti, rumorose inette donne che dovevi prenderle come sapevi tu sennò ti facevano passare indenne una risma di carta intera o la inchiostravano di codici crittografati egizi, i render, i cavi, dio quanti cavi incavati e incavicchiati e scavicchiati, le prese di fili scoperti, le lampadine funzionanti una sì una no, il calendario dei carabinieri, che quando l’ho buttato, dentro, saltellavo di gioia, il fax, dannato fax, la connessione, che a 56k andava una meraviglia e cambiando con la Affari di libero apriva solo google e qualche pagina di wikipedia, la moglie che vuole imparare a usare il pc quando non sa che uno le donne non sanno usare i pc e due le donne anziane dovrebbero fare le nonne e guardare le telenovelas non rompere le palle al marito che fuma anche se fa bene, i chiodi infilati ai lati dei mobili dove appendere le 6 pinzatrici, di cui veniva usata sempre la stessa perché l’unica ad avere le griffette e alle altre non si mettevano mai, l’aggeggio affettacarta, che veniva sempre appositamente usato sul pavimento e lasciato con la lama libera, giusto per una questione di sicurezza, la seconda finestra da destra dando le spalle all’ingresso che aveva la barra per la chiusura ermetica rotta e ogni volta te ne dimenticavi e ti rimaneva in mano, la collezione completa di paginegialle paginebianche e numeri utili dal 1990 a oggi, e aspettiamo con ansia la prossima uscita, il primo libro di L. Khan che mi è capitato tra le mani, i Domus comprati con i miei soldini che mia madre se li tenevo in casa teneva poi me con la testa nel cesso per tre minuti senza farmi respirare che in casa non c’è più spazio nemmeno per cagare, la scala di ingresso che quando arrivavi la prima volta sbattevi sempre la testa, ma quando accompagnavi qualcuno per la prima volta lì con te e gli dicevi di fare attenzione alla testa, quello era già passato senza il minimo problema chiedendosi anzi di cosa stessi parlando, e allora ti rendevi conto di essere stato tu un coglione la prima volta, l’indimenticabile cesso, “che è proprio un cesso” parafrasando il Prof, il rubinetto arruginito del lavandino, il lavandino sporco di secoli, la porta, enorme plancia per la cartina del Piemonte, la porta enorme fuoriscala per quello che era praticamente un buco nel muro, la cuccia del cane, ossia una cesta per merenda in giardino abbinata a un kilt rubato a uno scozzese povero, la scodellina del cane, nient’altro che una latta di biscotti spiderman, le macchine da scrivere impolverate di almeno un decennio, le stampanti non funzionanti e i computer ormai obsoleti, i monitor enormi, quelli che quando non c’era l’lcd per muoverlo c’era la base rotabile in basso e non si muoveva solo lui, ma il tavolo su cui stava il tavolo attiguo il pavimento attiguo ai due tavoli i muri le porte e i soffitti, l’anno che ci fumavamo la nostra santa siga sulla finestra che dava sul secondo cortile, sia perché faceva caldo, sia perché c’erano ragazzi dell’agenzia di informatica che cercavano una via di fuga dalla vita terribile e disonesta che è quella di lavorare per una agenzia di informatica, le musicassette, i cd, le casse rotte del computer, i computer nuovi senza la scheda audio e secondo me si stavano dimenticando pure quella video, le notti insonni, le notti a dormire per terra sul materassino da campeggio, e non perché ce ne era bisogno, ma per sentirti libero di farlo, fanculo, la consumata felpa con la zip centrale del prof che solo il mio collega indossava quando aveva freddo, anche se aveva la sua, di felpa, il tabacco e le cartine mai usate, i resti di pranzi del Mac di Piazza Castello o della Focacceria Tipicamente Ligure nel tipico centro di Torino, il cortile sempre stracolmo di macchine e mai un posto per il capo, e il figlio della portinaia che mi ha rotto il culo una volta perché ho ascoltato musica tutta la notte ma che poi ci chiede se può prendersi i computer vecchi perché non ha soldi di comprarsene uno, e il tram 13 che mi portava ogni giorno, che non mi fermavo in Piazza Castello, ma a quella prima, che ci mettevo lo stesso tempo, ma evitavo via Roma e via Lagrange, tagliavo per via Bertola e poi dritto sotto quella galleria fantastica e snob e ex sede de “La Stampa” che è Galleria San Federico, che praticamente ho visto tutti i lavori che stanno facendo per il vecchio cinema Lux, il cinema storico e forse fascista, e poi uscivo dalla galleria e Sbam!, Piazza San Carlo, i suoi tipici portici, che da quando è pedonale è mille volte più bella, alla faccia di chi non voleva il parcheggio sotterraneo, alla faccia di chi ha sempre qualcosa da ridire, come me, e poi arrivavo in via Lagrange da un cortile, di nascosto, di soppiatto, e mi infilavo nel portincino, a volte in bici, che entri e la bici non la puoi mettere da nessuna parte perché, porca zozza, è stracolmo pure di quelle, ma devo legarla per forza sennò me la fregano, e la noia, la noia insopportabile, la sofferenza che ho provato lì, le volte che avrei voluto mollare tutto e andarmene, e lui era sempre lì, mai una parola di sostegno, mai una di diniego, solo la presenza e la polvere. E la nicotina. E quella volta che ho lavato le finestre, e dopo sembrava di aver comprato un set di nuovi spot all’Ikea, con il detersivo le ho lavate, con mezzi di fortuna, ma ragazzi, erano davvero uno schifo, e le foglie, le foglie che entravano giusto lì, per darti fastidio, foglie gialle, che si posavano sulla moquettes, e per toglierle dovevi usare la scopa di taglio e ti rompevi le palle a farlo, perché nessuno lo faceva, quella volta che dallo schifo che c’era ho passato l’aspirapolvere per la disperazione, e alle nostre amiche, e ai nostri amici, che venivano spesso a trovarci, perché anche per loro era un bel posto, anche loro ci gongolavano, era un cortile da oratorio, era un posto in cui ci potevamo sentire uniti, o almeno così mi sembrava. E tutto questo lo sento ora, adesso. Mi sento spaesato. Perché non è come andare all’estero per anni. No. Qui ti è stata tolta una cosa che sapeva di casa. Che in qualche modo era anche tua. E non potrai più riaverla. Avere l’onore di ammirarlo senza un mobile o un libro è stato entusiasmante. Vedere cosa nascondevano certi mobili, certi angoli, certe ombre, di cui ti sei sempre chiesto da cosa venivano prodotte. Ma ora è tutto finito. Ora è tutto vuoto.
10月7日 Sigarette Rubate.Dalle nuvole viene quel suono astratto. Un suono che il suo amplificatore non può capire. Dalle nuvole sorvola fitto i tetti fotovoltaici e si spiaccica sui vetri ultraresistenti. Non ha mai capito perché tutto sia così perfetto. Le case non inquinano, lo spreco non esiste. L’energia è contata al microWattore, rintocchi perfetti scandiscono una giornata di lavoro e studio. Guarda giù in strada: bici elettriche superano automobili in fila per pochi secondi al semaforo al laser. Per molti tutto questo è una benedizione. Anche la creatività è posta sotto la lente di ingrandimento della perfetta sintonia e dell’omologata individualità. Le masse democratiche sono socialisticamente organizzate, quelle comuniste sono liberamente defraudate. Lo svizzero orologio umano si intravede stagliato nell’opacità di background di città, quasi deliberatamente drogate dalla responsabilità. In tutto questo, l’uomo, alto, smilzo, indossa con disinvoltura un cappello da scorso millenio. Fuma con piacere una vera sigaretta. Dove l’abbia trovata, nessuno può saperlo. I mercati neri sono stati debellati a suo tempo. Guarda attraverso il vetro ultraresistente. E d’improvviso quel suono astratto dalle nuvole. Da sotto il cappello il filtro si sposta leggermente sulla destra, accompagnando il breve cenno del sorriso liberatorio che il nostro si lascia sfuggire. Che forse dalle nuvole questa perfezione vada in frantumi? Il suono è forte, candido, chiaro, porta un messaggio universale. Sembra una musica, una musica come forse non se ne sono più sentite dal Pop del Novecento, una musica da videoclip. Sbrang. Un’altra ondata. Il fumo della sigaretta ondeggia per un attimo. La cenere residua sul ditale abbrustolito si scrolla e rovina a terra. Il pollice della destra appoggiato al mento, mentre tra l’indice e il medio il calcinoma portatile viene soavemente accarezzato. Lo sguardo dell’uomo da sotto il cappello è assorto fuori dalla vetrata, ma è, si direbbe, felice. Una contentezza piena, di quelle maliziose di chi sa di avere qualcosa in più di altri, di chi non deve dare, e che non può ricevere, perché ne ha solo per sé, e gli basta. Perché è suo. Le labbra circondate da una barbetta di poche ore, lo spettro fumoso che segue la figura del cappello, il tessuto, la risalita, liberandosi in un attimo, caoticamente, nell’aria opportunamente deumidificata del centro commerciale. Tra pochi secondi efficienti inservienti arriveranno a interrompere la soddisfazione totale dell’uomo con il cappello e la sigaretta. Lui lo sa, o forse no. Eppure resta lì fisso a guardare quel suono. Non i jet ultraveloci leggeri a idrogeno, no, lui guarda quel suono dalle nuvole. Non riescono a capacitarsi di quello che sta facendo, le persone morigerate intorno a lui. Se continua così, si ammalerà presto. E non è accettabile. Perché far del mare a una macchina tanto perfetta come quella dell’Uomo? Ma l’uomo, quello di cui sembra il residuo originale, quello con la u minuscola, è contento. Sembra non importargliene. Sembra essere totalmente cosciente del suo posto nell’universo, del posto di questo perfetto mondo sincronizzato nel medesimo universo, e la sua natura di uomo con il cappello e la sigaretta che lo caratterizza all’interno di questo perfetto mondo sincronizzato nel medesimo universo. Gli allarmi, le divise che si incrociano, lo stupore di giovani guardie che tutto pensano tranne che di incontrare cotanta insolenza. L’uomo è distinto, malizioso con la sua sigaretta in mano, e continua a guardare fuori la vita perfettamente regolata di una società che ha trovato tutti i meccanismi per non potersi criticare. Una piccola folla di altrettanto distinte famiglie fa capannello. “Il signore potrebbe spegnere la sigaretta e seguirci?”. L’uomo, che non si è ancora voltato, guarda ancora fuori. Il suono da musica Pop ritorna indissolubile, di nuovo, questa volta pronunciando parole comprensibili, che in un tuono possono scuotere le coscienze. “Fiuuuuu”, fa l’uomo, respirando a pieni polmoni quella tossicità figlia di secoli di evoluzione commerciale. “Signore, non intendiamo ripeterglielo, spenga la sigaretta e la preghiamo di seguirci. Sta infrangendo le regole”. Il cappello è in un tessuto nero vellutato. È palpabile allo sguardo. Densa morbidezza finemente lavorata. La luce, regolata da spot di ultima generazione che permettono solo illuminazioni uniformi, su questa superficie ormai in disuso non ha idea di come possa vivere. Disomogeneamente illumina il cappello e di conseguenza l’uomo. Le guardie in attesa, pochi secondi e l’avrebbero preso con la forza. La tensione al limite, e uno scatto improvviso dell’accanito tabagista. Girandosi, poche parole, una domanda: “Non la sentite anche voi?”. E di nuovo quel suono dalle nuvole. Questa volta più forte, ritmata, continua, la canzone prende sostanza, e i vetri ultraresistenti sono investiti inconsapevoli della loro imminente fine. “To the center of the city in the night, waiting for you”. Una voce profonda, dolorosa, forte. Un suono d’oltretomba, che spacca l’anima. I vetri cominciano a vibrare fortemente, chissà quanti decibel sono. È un suono lugubre, ma rassicurante, avvolgente e destabilizzante. “… waiting for you”. “E ora? Non la sentite anche voi?”. Sì, come possono non sentirla? Defraudati di uno schema mentale plausibile, le guardie immobili aspettano forse ordini dall’auricolare che tengono accuratamente accostato all’orecchio. Le famiglie, che nel frattempo si sono spinte indietro per il forte impatto sonoro, sentono queste parole pavidamente. Chi sta aspettando quest’uomo? Cosa c’è nel centro della città, di notte? Non possono immaginare la notte, loro. La notte è solo dei sogni, quelli moderatamente prodotti dalle macchine REM. Un’invenzione geniale per regolarizzare le ore in cui la perfetta macchina che è il corpo umano può riposarsi. Molti studi di molte Università tendono a imputare anche a questa invenzione l’increndibile longevità delle ultime generazioni. La notte non esiste. Di cosa parla quella voce profonda sgraziata e lancinante che viene dalle nuvole? La sigaretta è quasi spenta. Un’ultima trionfante boccata. L’uomo con il cappello, gode in tutto il suo essere questo vizio mortale. Tira e tira, le guancie si fanno strette, gli occhi si stringono in un attimo, come a voler vedere la nicotina che entra, si irradia e corrode. Un ultimo sospiro. La mano velocemente cerca un posacenere, che non esiste, e allora, con fare scontroso, la butta, con una leggera sinusoide. La cicca tocca terra, lasciando qualche zampillo, pochi millemitri di ossigeno risparmiato. Volti con quell’espressione tanto soddisfatta e maliziosa e viziosa non se ne vedevano più da molto tempo. I tempi erano cambiati. “To the center of the city in the night, waiting for you”. “La aspetto ormai da tempo. Voi siete tutti morti signori. È ora che cerchiate di rendervene conto”. Il vetro crepato, in un attimo fu frantumi. Il suono dalle nuvole diviene un assolo di chitarra elettrica pura, non di suono elettronico o plastico o sintetico. Un colpo netto, e uno scoppio improvviso di materiali di varia natura investe ora l’atmosfera. Le famiglie coprono i piccoli, le guardie sono a terra impauriti. Il suono dalle nuvole è completo avvolgente esplosivo. L’uomo con il cappello sta in piedi a malapena, ma ride, ride di gioia usando la mano destra sulla testa, come a trattenere l’unica cosa che abbia importanza per lui. E poi silenzio. D’un tratto tutto fu silenzio. Allarmi. Nuvole. Polvere e cenere. Il solito, insomma. Di nuovo girandosi verso la piccola folla, che ora lo guarda come un profeta che può spiegare tutto quello che sta succedendo, l’uomo con il cappello mette la destra nella giacca, ne tira fuori un pacchetto plastificato nero, ne scarta l’involucro più esterno e lo apre con sapienza, come di chi è uso mettere le chiavi nella serratura di casa o chi ha l’abitudine di bagnare i biscotti sintetici nel latte scremato. Dentro l’oscuro parallelelpido, molte delle sigarette che stava fumando poc’anzi sono serrate una contro l’altra, pronte per l’uso. Con un dito ne sfila una. La porta alla bocca, la accende con un oggettino in legno che provoca uno strano odore allo strofinio, e ritorna a fumare. “Questo è solo l’inizio, signori. State per essere estinti da un istinto superiore, da chi vi ha creato in un modo che voi avete rifiutato e sottovalutato. La aspettavo. È il mio unico amore. L’unica lei possibile. Ma voi non capirete mai. Siete pronti a morire?”. La folla che aspettava una risposta, trova solo altre domande a cui non riuscire a dare forma. L’uomo oscuro, l’uomo dal cappello e la sigaretta non era nessuno. Sembra non essere di questo mondo, sembra non essere di questa Natura, eppure sembra esserne molto più partecipe di quanto se ne sentano guardie e famiglie. Forse perché tra tutti loro, non un amore era stato scambiato mai, forse perché si sentivano estranei persino per se stessi, forse perché non avevano nessun senso di appartenenza o patria. Forse era vero, erano morti e non lo sapevano. Con laconico sorriso: “Addio” come ultime parole. Giratosi verso la vetrata irriconoscibile, con la sigaretta tra le labbra, lo sguardo verso la città, per un attimo sta fermo. Poi una rincorsa e il salto nel vuoto. Dalle nuvole torna quel suono. “To the center of the city in the night, waiting for you”. E il mondo che sto guardando viene distrutto edificio dopo edificio da questa canzone. Un mondo meccanico che non trova soluzione corretta per il rumore dalle nuvole.
9月19日 Marcia su Roma."<<Ma tu l'hai poi fatta sul serio la marcia su Roma?>> domando improvvisamente a tavola.
<<Solo fino a Isola,>> dice mio padre. Isola è a quattro chilometri da qui, in direzione sud. Dunque era sulla strada giusta. <<A Isola ho detto che avevo il bambino malato, che eri tu, e così sono tornato a casa. Anzi c'era anche coso, come si chiama, che ha approfittato anche lui dell'occasione per tornare indietro. Ha detto che aveva mal di pancia. Però il mio posto lo ha presto tuo zio Ernesto.>>
<<Allora lo zio sì che l'aveva fatta, la marcia su Roma.>>
<<Sì,>> dice il papà, <<lui è andato avanti cogli altri al posto mio.>>
<<Insomma lui a Roma c'è andato per davvero.>>
<<Ah, a Roma no. Si sono fermati due giorni a Vicenza e dopo sono tornati a casa.>>
Vicenza è a sedici chilometri, sempre nella direzione giusta."
sempre da Libera nos a malo 9月16日 Connection.Non voglio costruire niente, non voglio migliorare questo mondo. E non se lo merita. A parte alcune cose. Come:
- Le droghe. - Il sesso. - Il cinema e la musica. Il resto è mediocrità che si insinua nella nostra pelle come uno di quegli animaletti metallici di matrix, quelli che per farli uscire hai bisogno di una pompetta metallica dall’ombelico. Schifo. In tutto questo, adoro leggere e scrivere. Ma sono davvero messo male. Nel senso che proprio non ho niente da dire. Dopo anni di sogni di gloria e voglia di realizzarmi (senza peraltro fare davvero qualcosa per indirizzarmi almeno in quella direzione) sono arrivato a un punto. Quel merda di punto in cui uno si guarda indietro. E non è che il punto sia un punto. No, è una merda di linea tratteggiata sul pavimento sotto cui, a caratteri Arial altezza 110, c’è scritto STOP. Cioè, cristo, non puoi evitarlo, perché è lì. Vorresti fare la furbata di oltrepassarlo rischiando che qualcuno ti prenda dalla sinistra. Ma non ce la fai. Quel cazzo di punto è un buco. Un buco in cui le gambe affondano fino alle ginocchie, in cui non ce la fai a scappare come fai sempre, in cui, fanculo, forse è meglio che sta cosa la affronto. E allora ti guardi indietro. Non si sa quale legge fisica lo permetta visto che sei scavato fino alle ginocchia, poi ti giri e ti accorgi. Di vedere te stesso dall’esterno. Con sguardo maturo. Da adulto quasi. E ti piace poter giudicare una volta, ma con giusta misura, non con “sintomatico mistero”. E guardo le persone che ho conosciuto, le cose – le dannate cose – che ho fatto, le donne con cui sono stato, le donne con cui sarei voluto stare, i libri, i personaggi che hanno composto la mia vita fino ad ora. Come un puzzle mi vedo tutto intero. Le linee dei vari pezzi formano niente meno che i tratti somatici di un viso magro e sbellettato, naso lungo, barba insolente, occhio sguercio. E mi accorgo di cosa mi sono perso in tutto questo tempo. Del tempo. Una merda di entità parapocalittica che ti segna, ti ricorda che lui è lì modificandoTI. Lui non si modifica, il pezzo di stronzo. No. Lui modifica TE. Dal primo momento cazzuto. Non resisto mica, io me ne vorrei andare. Sì andare da questo Punto ad un altro Punto, almeno. Dio com’è frustante restare fermo. Eppure c’è qualcosa che non mi fa proprio muovere, e penso, molto sinceramente, sia la paura. >> E' stato scritto tempo addietro. E ieri leggo un capitolo di un libro che mi sta prendendo l'anima, nel tempo e nello spazio. E ho unito queste due cose, la mia situzione e questa descrizione. E ho capito che mi manca qualcosa, mi manca la vita di paese che non ho mai avuto. E che il nostro mondo ha distrutto quella laboriosa e complessa dell' antico. Per una molto più semplice e scevra da dinamiche "creative". Beh a me quel mondo manca. Ridatemelo. "[...] Le virtù principali vigevano nella cerchia del mondo familiare, ed erano connesse colle necessità della vita, e col lavoro. La parola "dovere" in senso morale è sconosciuta in dialetto; c'è invece l'espressione "bisogna", nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sè, per la "dòna", per "el me òmo", per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare. Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare meno. [...] la virtù che corrisponde a questo aspetto del lavoro è ovviamente la pazienza, la laboriosità, la voglia e la forza di lavorare molto. Questa virtù era riconosciuta presso di noi: "è un lavoratore" è un'espressione di alta lode per mio padre, e vuol dire proprio questo: è uno che si consuma a lavorare, che non si ferma mai. Ma non è l'espressione più alta di lode che mio padre usa a proposito di lavoro. La lode massima è: "è bravo, è un bravo operaio", e per operaio intende non tanto l'operaio industriale, quanto chiunque faccia "opere" [...], l'artigiano, colui che la Arendt chiama homo faber. Perchè, noi non eravamo una società rurale, eravamo un paese, con le sue arti, il suo work creativo, fatto di abilità e non solo di pazienza. Per questo ci sentivamo parte di un mondo: la Arendt sostiene con ammirevole lucidezza che il "mondo" solido e reale, in quanto distinto dalla caduca e illusoria "natura", si produce quando l'artigiano interpone tra noi e la natura le cose che fa: res da cui reale. [...]. Le cose del nostro mondo ce le facevamo dunque noi stessi, molto più di adesso; le idee venivano bensì da fuori, ma si assimilavano profondamente attraverso il lavoro diretto. Tutto era umanizzato in questo mondo. Oggi arrivano i rubinetti cromati, gli aspirapolvere e le vasche da bagno, il mio amico Sandro li mette in vetrina, e poi li vende e buona notte (e si dà il caso che Sandro sia un artigiano di prim'ordine, erede di quelli di una volta; ma nel paese di oggi sembra quasi un hobby, una sua abilità personale come fare i giochi di prestigio con le carte). [...]" da Libera nos a malo (la sottolineatura è dovuta a me). ps: ci sono ancora molte parti che mi piacerebbe ricopiarvi. Ma conoscendo l'uomo moderno, nessuno si addentrerà nella lettura, innescandosi quel misterioso circuito di malavoglia che è direttamente proporzionale alla lunghezza "visiva" di uno scritto. 8月5日 Il ciccio.Qui in paese quando ero bambino c'era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l'altar maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bamibini che facevano cose brutte. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz'altro così, ma grazie a Dio non poteva.
Da "Libera nos a Malo" di L. Meneghello 8月2日 Script (in my head)- allora ci dica, cos'è secondo lei "brutto"?
- la Verità.
- la Verità?
- sì la Verità. Mi pare una menzogna. 7月24日 Quando hai un'amica in gamba.
5月18日 Dialettica di un Periodo di Transizione tra il Bene e il Male.Stepa Mikailovic vive nella dimensione di un numero, il 34. Legato a questo per motivi fuori da ogni logica fin dall’infanzia, Stepa si aggira in una Russia abitata da un magma surreale di personaggi dalle strampalate scaramanzie e le fantasiose abitudini. La sua compagna inglese Mijus lo chiama Pikachu, il nemico Saederev è un banchiere omosessuale a cui piace vestirsi da asino e che sembra legato al numero 43, l’opposto maligno del suo amuleto algebrico. L’ultima opera di Viktor Pelevin non è altro che l’ennesimo capolavoro, un Discorso sulla fluidità della vita, in cui il “Basso” e l’”Alto” si mischiano in un turbine di ironia e cinismo, orchestrati perfettamente dall’intellettuale russo. Opera colta e terribilmente odierna, riesce – come solo Pelevin sa fare – a ridurre la filosofia, la religione, l’astratto e le ragioni dell’anima, a dimensione del reale, a misura della pazzia dell’Uomo. Che crede negli amuleti, che si lega a superstizione, che a loro volta fanno di tutto per far in modo che si creda loro. La vivacità e lo stile, quasi melanconico e un po’ rassegnato, enfatizzano il mondo in cui il nostro Stepa si arrischia, per amore e fede nel proprio Dio: il 34. Eppure in tutto questo magma di surrealismo ed esitenzialismo, di ironia e incredulità, l’opera lascia al lettore un non so che di indefinito, quasi a monito, quasi a voler dire: anche tu sei molto di Stepa. Anche tu hai i tuoi amuleti, anche tu fai attenzione da quale parte del letto la mattina il tuo piede avrà l’ardire di posarsi. Anche tu, raziocinante uomo, ti appoggi all’immaterialità solida che è la superstizione. Perché la vita, tanto si sa, è inspiegabile.
ps: l'ho scritto per una recensione. ovviamente un piccolo concorsino, non le scrivo mica per le grandi testate. eh. 5月14日 Scritti Corsivi. Ovvero: DE LOUIS KHANAE.Entrare nel merito delle opere di Louis Khan in questa sede ci sembra l’approccio sbagliato. Per varie motivazioni, tra cui quella di non avere forse la dimestichezza necessaria e l’esperienza accumulata per poter davvero comprenderla a fondo. Quello che ci basta qui è la comprensione dell’animo dell’uomo, che forse meglio di chiunque altro, nel secolo scorso, ha toccato vette di profonda filosofia, oltre che di architettura. Da diligente analista, il Giovane Studente si appresta con umiltà nella ricerca del tema assegnatoci. Nel vocabolario italiano, alla parola “Passione” leggiamo, come primo significato, quello arcaico di “patimento fisico” e solo secondariamente si parla di “sentimento violento che tiene l'animo in uno stato di grande agitazione; trasporto amoroso” oppure di “[in senso figurato] vivo interesse per qualcosa; la cosa che suscita un tale interesse”. La primissima domanda che ci poniamo è: quale di questi significati è quello più appropriato per la vita professionale del nostro “Lou”? Da quel poco che ci rimane delle sue conferenze ed interviste, sembra un piccolo uomo pacato con il viso leggermente sfregiato. Eppure, dal racconto di suoi studenti e colleghi, egli era capace di lavorare per settimane intere senza mai fermarsi, di dare tutto, di viaggiare moltissimo senza sosta. Di vivere per l’architettura giorno e notte. In questo senso direi senza dubbio che potremmo parlare di patimento fisico, di sforzo incommensurabile, pensando poi che le sue maggiori opere sono frutto dei suoi ultimi vent’anni di vita. Riflettendo su persone di questa risma, il Giovane Studente rimane spesso interdetto, non riuscendo a comprendere in pieno cosa possa muovere un uomo a tanto sforzo e a tanto lavoro. L’unica motivazione che possiamo darci, l’unica talmente banale da sollevare obiezioni, è forse quella dell’amore. L’amore e il lavoro sono la più grande cura, così almeno diceva Freud. Lou non aveva certo malattie psicomotorie, ma sicuramente aveva trovato la sua dimensione nel lavoro. Eppure, leggendo e analizzando la sua opera, c’è da chiedersi: qual è stato il suo lavoro? Insegnante, pensatore, artista, filosofo, guru? O forse tutte tra queste? E tutte queste stanno dentro i limiti verbali della definizione di “architetto”? Perché è in questa dimensione che la sua grandezza prende vigore. Lou se ne frega del modo di costruire dell’International Style e del postmodernismo. Lou se ne frega delle mode. E questo direi che è ancora più banale che parlare di amore. Ma la sua vera grandezza sta forse nella capacità di andare oltre, di trascendere il tempo, per un bene umano essenziale: quello di lasciare traccia di sé. È questo che rende l’Uomo tale: la capacità della memoria. Siamo il risultato del nostro passato e Khan di questo tiene terribilmente conto. Nelle sue architetture il passato e il presente si stringono amorevolmente in un letto di mattoni e cemento per generare figli nel futuro. Khan comprende la forza dell’architettura romana, di Caracalla, del suo grandioso funzionalismo che non tralascia mai la capacità di grandezza futura. E capisce che deve diventarne testimone, e attualizzare questo messaggio nel modo migliore. Ma non è solo questo. Khan non è solo l’uso del mattone e forme semplici incanstrate tra loro. Questa è solo una “forma”. Egli, penso, per quanto laico (l’”ebreo finlandese”), riusciva a trascendere e astrarre il tutto in maniera pratica ma profondamente religiosa. Viva. Eterna. Perché parla di rovine? Perché parla di un futuro molto lontano? Perché sa che l’architettura, un’architettura profonda, che lasci il segno, deve poter essere un giorno vista come qualcosa di immanente, di necessario, quasi una creazione della natura, non dell’uomo. “L’architettura non esiste. Esiste l’opera dell’architetto.” È l’architetto che ha il compito di arrivare a conclusioni per l’uomo, che siano oltre la mera moda e la capacità di “fare soldi”. Che senso hanno per Lou i soldi? Guarda a un futuro troppo lontano per tutti quelli che gli stanno intorno, la quotidianeità non accetta la visione di mondi nemmeno immaginati ancora. La religiosità e la fede in questo costante lavoro, lo portano a seguire mete nel centro dell’animo umano, non nel piacere di vedersi pubblicare su una rivista. Egli forse, non ha passione per il suo mestiere in quanto tale. Avrebbe potuto fare il musicista, il disegnatore. L’artista in senso figurativo. Egli avrebbe credo seguito la stessa direzione. La metafisica dell’anima. Ha scelto l’architettura, credo, perché egli ne vedeva una forza che in altre arti non vedeva. “L’architetto deve conoscere le altre arti”. Nel percorso personale del Giovane Studente, l’incontro con Khan un paio di anni fa è stato destabilizzante. Non nel senso che ha incontrato qualcosa che non avesse mai visto prima. No. Il Giovane Studente ne è rimasto destabilizzato perché ha guardato quelle forme come qualcosa che cercava instacabilmente nelle foto e nei dizionari di storia dell’architettura contemporanea. Abbiamo trovato in Khan un personaggio e un esempio isolato nella storia e nella banalità dell’archetipo di architetto – artista, genio e bastardo, terribile nei modi e ingeneroso, individualista. Nella passione di Khan per l’architettura non sta la passione di un uomo che vede nel proprio lavoro tutto. Sta la passione di un uomo verso l’Uomo, in particolar modo verso l’Uomo che sta nell’Universo. Nelle parole di Lou (che per principio non amo definire architetto) stanno la più grande severità e la più grande generosità. Egli era apertissimo alla discussione, e ne sono testimonianze le sue lezioni all’università, che secondo me gli erano di grande stimolo e ispirazione. Non era “geloso” delle proprie idee, perché sapeva che il confronto poteva migliorare in modo esponenziale un’idea. Era umile. Un aggettivo che moltissimi grandi architetti hanno dimenticato e la mancanza della quale il Giovane Studente non riesce a sopportare. Era umile in tutto. Nella ricerca del materiale, nell’atteggiamento verso il progetto, non aveva risposte, ma molte domande. Come è espresso nel libro, egli cercava di utilizzare un metodo quantomeno maieutico verso i suoi studenti. Ed è questo che in Khan, piace al G. S. In lui ha trovato l’architetto che cercava da tempo. Questo non vuol assolutamente dire che Egli copierà meramente le opere del maestro. No. Vuol dire che nell’esperienza di vita, la prima unica grande scuola, l’incontro con altri grandi personaggi di altre discipline che esercitavano un certo fascino su di lui, cocciavano terribilmente con figure studiate o scoperte tramite la ricerca autodidattica. Facciamo un esempio molto semplice. Limpido. Nella memoria la figura di Khan si associa indebitamenete a quella del poeta Pier Paolo Pasolini. Le due figure non sono associate tra loro per nessuna motivazione. Pasolini anzi viene associato spesso a tutto e a tutti. Non penso questo. Ma nella visione personale del G.S., le due figure sono limpidamente connesse per motivazioni totalmente “religiose”, romantiche, etiche. Ciò che più notiamo nell’architettura di Lou è una sostanziale ricerca del Vero. La verità risuona in tutte le sue opere. Egli cerca la verità nelle forme, nell’approccio al progetto, nell’approccio al sito. Nell’approccio alla cultura locale. E ascolta le antiche tecniche costruttive. Ascolta i materiali e li usa come vuole che essi siano usati. Tutto ciò sembra talmente romantico e vuoto che non può avere riscontro nella realtà. Invece no. Lou ci mette di fronte ad architettura straordinarie basate su questi principi morali. Ed è qui che lo ricollego mentalmente al Pasolini. Egli scrisse un giorno: “il moralista dice di no agli altri, l’uomo morale dice di no solo a se stesso.” Rifletto sempre su quanto no dovrà il Giovane Studente ancora dire per poter raggiungere quella morale, che non è bigotta e fine a se stessa, ma reale e utile per arrivare alla verità. Penso che Lou, mentre sedeva nel suo studio a Philadelphia, mentre parlava con i suoi collaboratori, mentre disegnava e entrava in contatto con la sua architettura, si dicesse spesso: NO!. Un no deciso, violento, ma profondo, che gli permetteva di percorrere la giusta via. La passione, forse allora, altro non è che la capacità di seguire quel no senza chiedersi altro, la capacità di imparare da quel no e sentirlo dentro intimamente. “L’arte è la lingua di Dio”. 4月27日 Millenovecentottantaquattro."Ascolta, più sono gli uomini che hai avuto e più ti amo. Capisci quel che voglio dire?"
"Perfettamente"
"Odio la purezza, odio la bontà! Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo."
"E allora, caro, dovrei essere proprio il tipo che fa per te, perchè io sono corrotta fino al midollo."
"Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l'amore in quanto tale."
"L'adoro."
4月18日 PERSO2月24日 12012012Fumo, cenere, caldo torrido e strade fradicie. Tutto scorre intorno senza un motivo logico. Le mie gambe sono a pezzi, le mie membra corrono e corrono ancora. La città è un immenso rogo, un terribile nido per il fuoco, da cui si alza in volo verso il nero cielo. Voci e urla, acqua dappertutto, morti, feriti, sparatoie. Tutto sembra un terribile videogame della PSP 5, versione realtà virtuale. Era da tanto che non vedevo l’esterno, e non credevo mi sarebbe successo così, di colpo, e nella notte stellata. È un Natale di fuoco. Credevo che solo nel palazzo del Battaglione Rosso fosse scoppiato l’incendio. In completo stato di trance, stavo immobile urlando nel piano intermezzo che tanto mi aveva salvato. Ero in completo stato di estasi, credendo di manipolare il Generale e tutti i suoi uomini sul tetto. Solo ora, solo mentre l’adrenalina mi sale al cervello e l’aria fredda dell’inverno cittadino mi sferza le guance con frustate forti e decise, solo ora capisco, cazzo, che ho vissuto sotto la manipolazione di qualcun altro, o qualcos’altro. E che ho sentito spingermi fuori dall’edificio nel bel mezzo del catastrofico fuoco. La stessa che mi ha impresso nella memoria della memoria non mia, ma di cui ora non sono sicuro, e di cui non posso capire. È tutto confuso qui. Devo trovare un posto tranquillo. Fanculo l’incendio. Se non faccio qualcosa potrebbe schizzarmi il cervello sull’asfalto per la mancanza di razionalità. Prendo un bugigattolo sulla destra. Nessuno. L’aria è stanca e cinerea. Ma si sta meglio che nel crogiuolo incandescente di poco prima. Respiro, affanosamente. Respiro, sempre più lentamente. I miei occhi sono pieni di immagini. Un rewind veloce le passa e le ripassa sulla mia retina. Sto impazzendo. Devo cercare di sfuggire per un attimo a tutto questo, devo cercare – maledizione! – di pensare ad altro. La mia casa…la mia casa… ero piccolo. “Non correre per il corridoio, sennò te le prendi!”: mia madre, tutta furia e amore. “Siamo intraprendenti, eh?”: la mia prima ragazza, tutta pudicizia e malizia. “Io le darei 30”, poche volte, ai bei tempi dell’università. La prima volta che vidi “Jules&Jim”, la mia prima foto, i miei disegni e i miei momenti di concentrazione. Gli abbracci degli amici, gli sguardi veri di pochi, i matrimoni inutili di cui sono stato testimone, le mie mani sulla tastiera di un computer a scrivere cose che non avrebbero mai avuto senso se non in me. Un sorriso passa ora sul mio viso. Sono salvo. Riprendo il controllo della mia vita, dei miei ricordi, della mia mente e delle mie membra. La mia insufficienza respiratoria e cerebrale è in fase di recupero per fortuna. Appoggiato al muro mi tengo alle ginocchia con le mani, giro lo sguardo verso la strada: mille storie insieme si infiammano ancora. Ma io sono salvo. Ancora una volta. E ora non mi rimane una cosa da fare: ricordare e piangere. XII. Topo del mezzopiano, ti lascio impressi questi ricordi. Topo del mezzopiano, ti salvo la vita perché tu possa renderla utile. Ricorda topo del mezzopiano, ricorda tutto, sempre, indelebilmente. Sei bravo a scrivere memorie. Ti libero dal Battaglione Rosso. Tu libera me. Dal dolore.
dodici gennaio duemiladodici “Anche l’angelo della morte è destinato a morire.” Guardo intorno. Non sono io, non sono i miei ricordi. Eppure sono io. Sto vivendo la vita di un altro. O sono proprio io? Sono davanti a una scrivania, con un quaderno ingiallito a quadretti davanti a me. Ci sono vari scarabocchi, alcuni veramente deliranti. Sembrano uomini nudi che ballano intorno a una sfera di fuoco, i contorni non sono netti, non si comprende bene. Altri schizzi sono incomprensibili, sembrano schizzi di un designer d’interni, un architetto, ma non sono studi dedicati alla professione, sembra una ricerca costante e forte di una forma, un simbolo. Giro le pagine, ammaliato, terrorizzato. Due pagine intere sono ricoperte di nero-biro. Guardando più attentamente, non è una pazza stesura di colore biro uniforme: è più una sovrapposizione di scritte. Sì, sono scritte. Sono numeri. Anzi, un numero, il 3. Sono milioni di numeri 3 sovrapposti uno all’altro a formare un animale vivo, la carta è sottoposta allo sforzo dell’inchiostro, onde lievi che sanno ancora di quel tipico odore amaro e artificiale: un vero e proprio lago numerico. Sfoglio ancora il quaderno di schizzi, trovo nuovi disegni di mostri ora, di donne nude ora, di morte ora, di tristezza ora. E ancora un’altra pagina di numeri, di devianze. Il numero sembra lo stesso, il 3. Alla fine, stranito, come se un po’ tutto ciò mi avesse toccato da vicino, chiudo e mi si riapre la prima pagina per sbaglio. Rileggo la frase, che prima avevo solo intravisto: “Azrael continua a scrivere, e non ha più penna, non ha più braccia, non ha più gambe, non ha più occhi. Come mortale, camminerà tra noi, e aspetterà la sua fine. Anche l’angelo della morte è destinato a morire.” Penso: quante cazzate. Ma un brivido mi percorre la schiena. Poi faccio caso ad un altro particolare. La data. C’è scritto: dodici gennaio duemiladodici. Tremo. È la data di inizio dell’Era della Cristallizzazione. Ricordo i telegiornali del primo pomeriggio. Già da giorni le forze armate dei maggiori paesi sviluppati avevano iniziato ad uno ad uno a prendere le distanze dai governi di appartenenza. Per il mezzogiorno di quel giorno, tutte le maggiori postazioni militari di tutto l’Occidente furono vuote. La Marina, la Fanteria, l’Aeronautica di tutti questi Paesi annunciarono ufficialmente il totale ritiro. I più importanti capi militari annunciarono anche, in conferenze stampe improvvisate, che non era più tempo per combattere, ma solo per contemplare. Ricordo perfettamente che tutti ci stupimmo di come generali di diverse nazioni, magari anche in competizione e contrapposizione, usassero stesse espressioni, stesso atteggiamento taciturno, stessa dedizione a una causa inspiegabile. I capi di Governo condannaro immediatamente questi come atti di insubordinazione e di tradimento verso la Patria. Questo non fermò i militari. Che anzi dichiararono di stare per raggiungere un punto di raccolta, che lì si sarebbero incontrati in segno di pace, che lì avrebbero iniziato il nuovo mondo che il Destino stava preparando. Ovviamente, fu il caos. Non solo perché vennero abbandonate zone militari strategiche a livello internazionale, lasciandole in mano a guerriglieri e terroristi, ma anche perché le nazioni dell’Occidente si trovarono senza una struttura interna di sicurezza: le carceri erano state lasciate incustodite, i criminali si sentirono liberi di poter commettere qualsiasi tipo di atto, e chi non lo era mai stato si trovò di fronte a un grave problema morale: uccidere e sopravvivere, o morire? Ricordo che appena sentii dei primi reparti che si mossero verso questa meta indefinita, comprai l’appartamento per creare il piano intermezzo. Fu la mia mossa salvavita. Dalle mie mura, ricordo, sentivo urla laceranti, risa isteriche, una donna violentata in piena strada, vetri rotti, incendi. In quei primi giorni, uscivo ancora per prendere da mangiare e rifornirmi. Negli unici negozi in cui ci si potesse ancora sentire sicuri, ovviamente. Quel giorno, in ogni caso, fu l’ultimo giorno di libertà. Verso le quattro di pomeriggio, tutte le televisioni di tutte le nazioni del mondo trasmisero il più grande colpo di Stato mai visto nella storia: gli eserciti uniti vennero inquadrati in un luogo non ben identificato. Le trasmissioni vennero interrotte da questa interferenza. L’impatto visivo fu impressionante. Una forza militare inconcepibile prima, migliaia di uomini, a cui avrebbero dovuto aggiungersene altri e altri, erano tutti vestiti di una divisa blu, splendente al cielo, con un simbolo intessuto in stoffa rossa, il dodici romano. Quando vidi la diretta ero nell’unico bar che era rimasto sicuro nella zona. La televisione l’avevo venduta molto prima per questioni di denaro. I soldati erano tutti incappucciati. Non si scorgeva un viso. E poi, dopo l’incredibile colpo d’occhio, lo sgomento generale: il discorso. Il suono di quella voce ancora raggela le mie membra. Fu una delle poche volte in cui la specie umana potè cogliere l’occasione di salvezza. L’uomo che parlò era anch’esso incappucciato. La sua voce era calda, sorprendentemente rassicurante e benevola. “Signori, Signore di tutto il globo. Questa è una delle poche occasioni in cui l’uomo può raccogliere l’occasione lasciata da Dio per redimersi e seguire la via della pace. Da alcuni secoli, ormai, i nostri eserciti aspettano questo giorno. Oggi è il giorno del Dodici, un numero sacro. Un numero di Pace, di Libertà, di Arte. Di Felicità. Oggi è un giorno come quello che illuminò il monte Ararat, come quello che vide la tragedia del Golgota. Oggi Dio schiaccia il tasto Reset. E non possiamo, come sempre, voltarci dall’altra parte. Dobbiamo prendere coscienza di ciò, dobbiamo essere pronti a ricominciare, a ricostruire un mondo migliore. Oggi il Signore della Morte, conosciuto in alcune culture come Azrael, in altre come Malak Al-Maut, oggi Egli morirà. La dipartita della Morte, provocherà ancora più sconvolgimenti che il nostro tradimento. L’unica cosa che possiamo fare è eseguire gli ordini che, tramite associazioni segrete ci tramandiamo da secoli: evitare la nostra presenza come meccanismo di morte e nello stesso tempo essere custodi di tutto ciò che si può del mondo moderno. Altro non ci è dato sapere. Gli eserciti saranno qui in attesa degli avvenimen…” E boom! Un’esplosione e nient’altro. La tipica schermata nebulosa di una trasmissione mancata. Ma questi erano i miei ricordi. Ad un tratto tornai alla scrivania e al taccuino. Ripensai all’uomo delle cui memorie ero testimone senza sapere ancora come fosse possibile tutto ciò. Dopo aver sfogliato le pagine di completa devianza, mi alzo e mi dirigo verso una sorta di specchio, un vetro rotto e sporco. E scorgo il mio volto: magro viso, barba di chi non si cura da molto, occhi neri, capelli folti e neri. Età: sulla trentina. Mi squadro come se sapessi di essere nel corpo di qualcun altro. Mi chiedo a tratti se siano davvero ricordi o se stia vivendo la vita di questo fantomatico uomo. Sposto lo sguardo sul calendario. La data di oggi, ossia di allora, è cerchiata in rosso. A fianco, una scritta: FOTTUTI TRENT’ANNI. Il suo compleanno. Penso che giorno infausto per compiere un’età così tonda. Penso che anche io ho trent’anni. Penso che io e quest’uomo potremmo scambiarci le identità facilmente. Non ci capisco più niente. Bergman mi avrebbe voluto bene, ora. Faccio l’unica cosa che potrei fare: rivivo questi ricordi estranei lasciandomi andare. Apro gli occhi per un attimo: mi vedo ancora con le mani appoggiate sulle ginocchia come per sostenermi, ascolto l’incendio che non ha nessuna intenzione di raggiungermi, ripiglio fiato, chiudo gli occhi, mi concentro, e accendo l’interruttore. ON. È il dodici gennaio. Questo è appurato. Mi guardo attorno. Sono in una stanza spoglia, con un letto a una piazza appoggiato contro una parete. Di fronte, una grossa finestra chiusa da gelosie molto spesse. La stanza è tagliata sul pavimento e sul muro da profonde linee di luce. È una luce pura, entra anche dell’aria dell’esterno. La finestra è semichiusa. C’è sapore di prima mattina. La sensazione è quella tipica di chi ha il tempo di fare qualsiasi cosa. Giro ancora con lo sguardo attorno. La stanza non è una stanza. È un monolocale. C’è l’angolo cottura, piccolo, malridotto, un frigo annerito dal tempo di fronte al forno. Un mobile vicino al letto cerca a stento di sopravvivere in questo squallore, alimentato da pochi libri che fanno compagnia a qualche rivista e qualche cd sparso qua e là. Mi chiedo chi usi ancora cd all’alba del 2012. L’uomo che impersono va verso una delle due porte, quella del bagno: un angusto quadrato in cui una doccia si fa largo a stento tra water e lavandino. Mi tolgo i vestiti, mi butto sotto il rubinetto e apro l’acqua calda. Dopo un turbinio di bolle interne, esce fuori un getto tremendo: è fredda, cazzo. Sarà pure un ricordo ma sembra vero. Fanculo. Mi lavo. Non so cos’abbia combinato questo tizio ma sembra davvero finito in un letamaio la notte prima. Mi gratto ovunque, cerco di riprendere il controllo di me stesso, sembro in crisi, sembra che qualcosa mi preoccupi tremendamente. D’improvviso sento la porta d’ingresso saltare in aria per un colpo di laser. Cazzo succede? Tre uomini entrano nel minuscolo bagno, e così come sono mi prendono per le braccia, iniziano a colpirmi di brutto con calci pugni schiaffi sputi e randellate. Uno di loro mi stritola le palle, un dolore lancinante mi prende e urlo come nemmeno la Callas ai tempi migliori. Mi prendono, mi fanno uscire dal bagno a forza, mi sbattono per terra e iniziano ad urlarmi: “dove cazzo è il taccuino? Dove cazzo è il taccuino?”. Non so di che stanno parlando, poi ripenso a quello che ho visto prima e glielo indico. Ma non dovrebbero essere dei ricordi? Il tizio, che vedo bardato di tutto punto, con una divisa da S.W.A.T., il casco e tutto l’armamentario di quei piccoli froci che si credono degli Dei, prende il quaderno ingiallito a quadretti, lo sfoglia. Dalla sua tenuta posso solo vederne gli occhi. Diventano d’un colpo quelli di una tigre inferocita che non mangia da giorni: “Azrael del cazzo, che fai mi prendi per il culo? Sai benissimo di che taccuino sto parlando, quello con cui uccidi gli uomini dall’inizio del mondo, brutto stronzo…” e mi rifila un calcio nei coglioni. “Ma tanto ora sei umano, no? E allora tanto vale che capisci come funziona il dolore.” La mia testa viene schiacciata da un anfibio militare. La guancia destra si spalma sul pavimento come neanche del brie su un panino. Mi sento lacerare la mascella e non riesco nemmeno ad urlare. Ad un certo punto mi lascia stare. Tossisco, cerco di ridare aria ai polmoni e forma alla mia faccia. Mi ci vorrebbe almeno un’altra doccia per rimettermi in sesto. A un certo punto dico, stupendomene proprio come il generale Empty con i suoi uomini il giorno prima: “sarò anche umano, figlio di puttana, ma so quando e come morirai… e non sarà piacevole, stronzo.” Uno scoppio tremendo si anima sei piani sopra di me. Qualcuno urla per la disperazione. Mi sta cadendo cenere addosso e qualche oggetto infuocato tra le gambe. Non mi sembra un posto molto sicuro. Devo fuggire altrove, dove possa riordinare le idee con calma. Ripenso al bar dove ho visto saltare in aria gli eserciti, dove ho visto le notizie dei giorni seguenti. Lì potrebbe essere ottimo. Vado fino in fondo al vicolo, mi abbarbico sul muro che lo rende cieco, lo scavalco. A cavalcioni su di esso dò uno sguardo indietro: l’incendio sta distruggendo l’intero quartiere. Volto le spalle a tutto questo, mi preparo a scendere dall’altra parte. La canna di un fucile a pallottole punta proprio su di me. “Fermo, uomo, o sparo.” 2月2日 MOVE YOUR ASS"[...] come ha evidenziato il dott. John Goodall della FIEC (European Construction Industry Federation) a paragone dei settori dell’industria e dei trasporti, quello delle costruzioni è l’unico a poter attuare una riduzione delle emissioni di Co2, innescando una crescita del PIL e anche dei posti di lavoro."
dal sito www.rinnovabili.it, che vi consiglio caldamente.
http://www.rinnovabili.it/eusew-2008-basta-una-settimana-per-cambiare-il-domani la domanda è: allora quando cazzo ci muoviamo?
1月19日 du iu rimember iorself?Per chi scrive, per chi disegna, per chi cerca di mettere del suo in quello che fa, spesso capita di fare i conti con il proprio passato. Nel senso che ti ricapita di rivederti con i tuoi occhi oggi, in qualcosa che sei stato nel passato. Cioè insomma quindi perchè. Avete capito? No? E' facile: spesso, a chi scrive, a chi disegna, a chi crea (può capitare ovviamente che siate tutti e tre, come il sottoscritto) succeda di imbattersi in cose scritte, disegnate, create, nel passato. Lo stato è di straniamento, di solito, perchè non si è più quello che si era nel momento di quella creazione, non si sente più la stessa sensazione tra le labbre, nel cuore - organo tremendamente moderno perchè terribilmente superficiale e mondano - non si ha più lo stesso soffio. E' in questa dimensione che si apprezzano o si disprezzano le opere del proprio passato. Di solito, le persone guardano a queste con nostalgica tenerezza; di solito, il Vostro non fa altro che vomitare per il nauseante disgusto.
In ogni caso, questo non è il caso. Vi ripropongo alcune righe che ho scritto meno di un anno fa. Il casino era ancora cocente. Mi piacciono le mie parole, e mi ricordo perfettamente tutto. Sensazioni, odori, occhi, orecchie. tutto. E stavolta niente disgusto. Questo a sottolineare che quando scrivo sotto dolore, mi trovo bello.
E' un assaggio. Tra poco, verso inizio Febbraio, a chi interesserà, darò qui terra natale al nuovo capitolo di Dodecafobia. Stay Tuned!
THUNDER
E come uccello a due teste mi dimeno nel ricordo. La speranza si rifà viva ogni due giorni, e con fare diabolico cerco di reprimerla. Volo senza meta, volo senza ali, volo senza pensieri. Mi schiudo in un battito di cinismo, metto insieme i pezzi ma non trovo mai la giusta disposizione. La tempesta è passata, ma sembra all'orizzonte di vederne un'altra più grande, immensa, a cui vado incontro con fervore agonistico. Voglio le nuvole cariche di polvere e vapore acqueo, voglio immergermi nel loro nudo e scuro sapore così da sentirne la forza e la rabbia. Ma solo un grande vuoto intorno a me rende il tutto meno eccitante, fiacco, depresso. Lontano vedo il Sole, appena scorgo la Luna bianca, immersa nel suo ondivago movimento. La velocità, la velocità, velocità. Corro e picchio contro questo naturale ambiente artificiale. E mi ritrovo macchina dentro una macchina.
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