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CASOTTO

Umano, troppo umano.
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February 08

La Prima Parabola.

L'Uomo di Carta incontra in un bar la Donna di Plastica. L'Uomo di Carta ha vissuto tutta la vita facendosi scrivere addosso, sacrificandosi per la Causa. La Donna di Plastica sa di essere unica anche se prodotta in serie, ma è duttile, dal cuore artificiale dal viso sfrontato dagli occhi vuoti. L'Uomo di Carta la incontra per caso, mentre beve il suo Thè alla cellulosa - dice che lo rivitalizza - e lei gli si siede accanto, chiedendo con alterità se il posto vicino al suo non fosse già occupato. Ordina un martini bianco. Si sistema i capelli. Si guarda intorno. E il suo sguardo cade sull'Uomo di Carta. Inizia a parlargli. Gli parla della carta, di come la usi anche lei, di come sia sempre stata appassionata di questo materiale così antico ma sempre così moderno, che ha in sè la cultura dell'essere e l'armonia dell'Universo. L'Uomo di Carta arrossisce. Ha sempre servito, lui, si è sempre fatto scrivere addosso, e pensa di non essere degno di nulla se non di strani segni e disegni che non capisce e che nessuno si è preso la briga di spiegargli. E arrosisce perchè pensa che tutto quello che la Donna di Plastica stia dicendo sia vero, e pensa a quanto dolce sia sentirsi al centro dell'attenzione di qualcun altro, qualcuna così bella e regale. La Donna di Plastica si avvicina per fargli sentire il suo respiro. La Donna di Plastica continua a descrivere ciò che vede, la bellezza di un Uomo di Carta che è per quello che è, senza fronzoli nè variazioni sul tema. Gli si avvicina ancora, lo sfiora con il naso, da destra verso sinistra e ritorno, una due tre volte, piano, con grazia. L'Uomo di Carta non conosce. Non conosce, lui, le donne e come ci si comporta con esse. Continua ad arrossire e un'immagine gli balza alla mente, un'immagine che non sapeva nemmeno di poter pensare e che non sa gestire. L'immagine vede lui aprirsi in un grande foglio, di dimensioni A1 o A0, quasi fosse un fiore, o l'abbraccio di un bambino, aprirsi in modo sincero, delicato, e avvolgere con calore la Donna di Plastica, e godere della sua natura artificiale, e regalarle umidità e naturalezza.

A quel punto. 

La Donna di Plastica accenna un leggero ed impercettibile movimento del viso. Come gli avesse letto negli occhi questo pensiero tenero e lussurioso. Lui si sente in colpa, per aver immaginato qualcosa di cui non sapeva nemmeno di essere capace. Lei gli sorride. Ma è un sorriso artificiale. Come quello che aveva accennato poco prima al cameriere anonimo che l'aveva servita. L'Uomo di Carta, che prima di allora non conosceva l'ebrezza della femminilità, l'Uomo di Carta, che non conosceva nemmeno se stesso e le possibilità della sua mente sincera e di carta, si sente di nuovo anonimo, si sente di nuovo solo un oggetto utile solo per essere scritto. E cade in un attimo in quel baratro che la sua vita regolare ritmica noiosa gli permetteva di vedere da lontano. Il baratro dell'indifferenza. La Donna di Plastica si guarda intorno nel bar, il bicchiere in mano. Lancia sguardi ad altri Uomini, gli Uomini Camicia e gli Uomini Giacca e gli Uomini Jeans, quel tipo di uomini che lui non potrebbe mai essere. E si sente perso. 

Uno scatto. La Donna di Plastica salta dallo sgabello, lancia all'Uomo di Carta un cenno di saluto, paga, e dice - senza guardarlo -: "Addio". L'Uomo di Carta vede le mani di plastica spingere sulla porta e camminare veloce verso un'altra direzione, senza mai voltarsi indietro. L'Uomo di Carta sente il viso bagnato. Non capisce perchè. E sente freddo, allo stomaco. E vede le sue mani tristi.

Per un mese l'Uomo di Carta tornò al bar, sempre a quell'ora, sperando di vederla.

Per un mese sperò che l'addio da lei pronunciato non fosse una sentenza.


Una mattina, dietro al thè che stava bevendo, vede la plastica di una donna entrare. Allegra, felice. "Sarà felice perchè mi ha visto. Era una prova, voleva che la aspettassi". Apre la porta a vetri, Apre girando lo sguardo all'indietro, verso un uomo: l'Uomo Cipolla.

Una grande cattiveria iniziò a pervadere l'Uomo di Carta. Vide i due essere complici, toccarsi e sfiorarsi come le nuvole le cime delle montagne. Li fissò per tutto il tempo. Li fissò con tristezza, da dietro la tazza del thè. Per un attimo quasi, la Donna di Plastica si accorse di lui, ma girò subito lo sguardo verso l'Uomo Cipolla.

E fu a quel punto che l'Uomo di Carta capì che non meritava di soffrire. Fu a quel punto che l'Uomo di Carta sentì di non voler soffrire. E che avrebbe voluto la sua felicità, come quella che vedeva nella Donna di Plastica ora, e che quel dolore che sentiva non era giusto.

Si ricordò dell'immagine che gli era balzata in mente mentre la Donna di Plastica lo sfiorava con il viso. Salì sul tavolino. Il bar fece silenzio un attimo. Di colpo tutti gli occhi furono su di lui.

Fece un balzo. E con la forza della disperazione e della cattiveria, si aprì in un grosso forte foglio di carta, in volo, come un lenzuolo, soffice e elegante. La Donna di Plastica pensò di non aver mai visto niente di più bello. L'Uomo di Carta balzò in questo modo su tutti e due. Li avvolse. I due non capirono. Risero, per poco, fino a quando l'Uomo di Carta non iniziò a stringere. Come un lenzuolo mortale avviluppò i due nemici. Fece forza più che potè, sentì i due innamorati divincolarsi più che poterono da una stretta che aveva tutta la rabbia della gelosia e della disillusione. Il primo a cedere fu l'Uomo Cipolla, che si sfaldò facilmente in tutti gli strati di modi di fare che si era costruito e che aveva attentamente coltivato nell'arco della sua inutile vita. La Donna di Plastica era più forte. O forse l'Uomo di Carta non voleva davvero farle male. Ma fu un attimo. La decisione della cattiveria e della volontà fu più forte. Un ultimo colpo e la Donna di Plastica si fessurò in più parti e crepando nei sui punti nevralgici, fu a pezzi in un attimo.

A quel punto l'Uomo di Carta fu soddisfatto. Accartociato a terra vide il risultato della sua opera. 

E poi si sentì male. Vide se stesso e gli squarci creati sul suo corpo di carta dal movimento delle contorsioni delle sue vittime. Vide il dolore che aveva creato. Vide il dolore che lo pervadeva. E spirò.

January 09

Sei artista.

 

Tutto di fretta. I polmoni che mi scoppiano per la corsa che ho fatto – il mio fisico regge bene: due isolati in 15 nanosecondi su scarpe nuove, di catarrosi non del tutto scomparsa, senza cibo da colazione, solo pulito da bagno mattutino – guardo il cielo sereno e le strade neve fanghiglia. Arrivo al pelo, consegno, torno a pattinare sulla neve fanghiglia con le scarpe nuove di cui appena sopra, che non so si macchieranno del mio sangue poche ore dopo, ri-utilizzo il “servizio pubblico” e mentre scrivo un messaggio a un' amica che un tempo non lo era, salgo e mi sento chiedere in accento romano da voce femminile: “Che, questo va bene per Piazza Castello?”. In queste situazioni sono sempre pronto. L'amica che un tempo non lo era, quando non lo era, mi prendeva sempre in giro per questa cosa, diceva che era strano come fossi subito disposto ad aiutare o a dare informazioni alla stregua di un vecchietto che guarda i lavori in corso e che scruta intorno sperando che qualcuno gli chieda cosa stanno facendo, e lui possa dire tutto quello che ha immagazzinato e i suoi dubbi e le paure, ma la magia che vede in qualcosa che si sta trasformando (insomma la mediocrità). Allora pronto rispondo: “Sì, sì”. La ragazza non è particolarmente bella. Ma ha un suo modo di atteggiarsi tutto solare negli occhi. “Ma Piazza Castello è ... quella con il Castello?”. La domanda mi fa sorridere ovviamente. È una reazione chimica di ogni torinese. Ma dentro è già in corso la battaglia tra l'artista – l'architetto – la guida turistica – il torinese D.O.C.: non è un Castello, Cristo, è un Palazzo, si chiama Palazzo Madama, sennò si sarebbe chiamato Castello d'Acaja, la Piazza è Castello, ma c'è il Palazzo con una nomina governativa solo in Palazzo Reale. So che quella domanda implica il fatto che lei si sarebbe facilmente orientata vedendo un castello, ma che castello avrebbe visto? Appena il bus di nuova generazione svolta da via Pietro Micca ti acceca l'armonia barocca del Filippo, mica trovi una fortificazione con fossato intorno. E la cosa che mi distrugge, è che uno studia anni e non sa dare una risposta decente. “Beh, sì, più o meno...” rispondo, con il cellulare in mano intento ancora a scrivere all'amica che un tempo non lo era. Sono contento però. C'è sempre uno strano destino che, per chi lo sa sentire, ti aiuta negli incontri, e lei mi sembra una persona positiva. Mi siedo. Lei dietro di me, ma sapete, nei bus nuovi, il posto leggermente più in alto, quello vicino alla ruota posteriore, che dà sui due sedili uno di fronte all'altro che servirebbero a rendere migliore la vita di persone disabili. In ogni caso, mi giro un po' di tre quarti per non darle le spalle e lei si guarda dal finestrino lo spettacolo. È tutto bianco. Meno che gli scorsi giorni. Ma è ancora bianco. “Sei proprio di Torino tu?”. Questa è come Piazza Castello. “Sì, ma no.” “?” “Sono un luogo comune deambulante: figlio di meridionali venuti su negli anni 50”. E anche l'espressione “venuti su” è ancora quella dei meridionali venuti su negli anni 50. “Te sei di Roma, no?” “Si sente?”. Fai un po' te, penso. E poi “Certo che qui è proprio bello”. Sorrido: “Sei sicura?”, rispondo.

E sì cazzo, è sicura. Proprio sicura. Quello sguardo lo conosco, è lo sguardo che avevo davanti a Gèricault e la Cappella di Ronchamp. Nell'asilo di Terragni, davanti a Courbet. Poi mi chiama l'amica che un tempo non lo era. Chiacchieriamo e ci scambiamo opinioni su massimi e soprattutto minimi sistemi, vado avanti per un po' e insomma arriviamo in Piazza Castello. Devo scendere anche io, ho già staccato, mi dice che deve andare in Largo Montebello, scendere per dei giardini e seguire una strada. Deve incontrare un'amica. Ma è spaesata. Insomma la accompagno verso la discesa dei giardini, quella che con la macchina quando arrivi passi sotto i fornici, non c'è nessuno ed è rosso, c'è una folla ed è verde per i pedoni. “Questa città mi piace, è a misura d'uomo. Non come Roma”. Cazzo è proprio convinta, che le dico? Magari la lascio nell'illusione. Camminiamo verso i portici e mi allunga la mano: “Ilaria”. Vedo spuntare questa lama umana sul lato in basso a sinistra del mio schermo personale e sorrido ironico. Cazzo, è il nome dell'amica che un tempo non lo era.

Facciamo due passi, mi racconta un po' cosa fa, il tempo di raggiungere questi giardini. A un certo punto ci pensa un po', è tenera, niente malizia, ha gli occhi di un bimbo che scopre la bellezza del mondo. Gira leggermente la testa ingolfata da sciarpa e berretto di lana verso di me, e dice: “Sei artista?”.

Ma perché? Come si fa a riconoscere? Ho la faccia? E poi è un mestiere? Davvero? Odoro di arte? Devo darmi un tono per non disilludere le aspettative? Magari è la barba. Questa era peggio di Piazza-Castello e superiore a quella sei-di-Torino. Dai che cazzo rispondo? Suggerimenti?

“Mah, diciamo forse”.



December 21

Auguri difficili.

 

Il freddo vento mi sferza, mi taglia a fette la gola, continua ritmo incalzante su pelle triturata da fumo e nostalgia e sopravvalutazione. Il calcio in sottofondo e lo sguardo altrove, sempre altrove. Dove sogno e non sono. Dove sarei ottimamente, dove ci sarei. Dove anche il mondo ci sarebbe, e questo velo del quotidiano si spezzerebbe. E il tutto diventerebbe l'immenso. Ma ho il calcio nelle orecchie. La Juve ha vinto, forse non in maniera convincente, ma ha vinto. Il Natale è alle porte. Un portone. Un ingresso barocco. È in un ingresso vuoto per me. Buio. Non è il mio numero civico. Nemmeno la strada, forse la città. E mi sento freddo. Il freddo mi sferza ancora. E quel freddo entra come la voce di una donna, una donna che canta raffinata e forte, e tendente al dolore. Una donna che sa l'essenza. Che capisce la sofferenza della produzione.


Dell'amore.



Dell'amore.


Il femminino sacro, è per me, quella voce. “L'amore non cantarlo, che si canta da sé, più lo si invoca, meno ce n'è”. Sento un brivido caldo, una distrazione muscolare, e il freddo ancora. Il mio profilo si staglia su vecchi palazzi, su cieli scuri, e anelerebbe a prati verdi e nevosi, a spazio per muoversi, a spazio per mentire, a spazio per ridere. Tutto è immobile dentro. Sono radicato a terra come un palo della luce. M'illumino denso. Denso della vita che vedo davanti a me, di ciò che posso e di ciò che potrò, mi sento pieno, fertile, mi sento vivo della volontà di costruire, di dare, di insegnare. È un freddo che mi entra nelle ossa e che mi piace perché lo combatto col calore del mio fervore. Sento il mio sguardo pieno di speranza, pieno di convinzioni, pieno di conquiste. Conosco persone, so chi il mio animo vuole vicino per potersi alimentare e crescere ancora e migliorarsi, e sa chi lascerà al suo Destino e a chi non darà niente di suo. “Il successo non è niente”. E allora festeggio la vita per quello che è: una gran rottura di scatole, che ti soddisfa solo al meglio, solo al massimo, che non ti lascia respiro, e chi crede al contrario è un illuso, uno stupido. E vive meglio. Ma ignaro di ciò che gli spetta. E allora vi auguro di sentirvi pieni, a Natale, pieni della vita che fate e che abbiate ancora qualcosa da fare, e vi auguro di non smettere di cercare. Di – venire.

December 03

Rintocchi.

"[...] Poi qualcosa cambiò: si sentiva che fuori non era più scuro scuro, che un po' di luce, leggera, stava sbiancando l'aria. O era un'impressione: forse era solo la Permolio che faceva più chiaro, con la sua fiamma che sfarfallava in mezzo al cielo. Non si sentiva un rumore, una voce.
Ma ecco che, piano piano, delle campane cominciarono a suonare. Arrivavano fiacche, smorzate, come venissero da lontano, oltre i padiglioni e i giardini, forse sulla Portuense, dalla chiesa accanto al Vigna Pia, o da qualche chiesa nuova costruita da quelle parti, al Casaletto, a Corviale, a Santa Passera... Era un suono che Tommaso non aveva inteso mai: o forse l'aveva inteso da ragazzino, e non se ne ricordava. Pareva venisse dal fondo della terra, o da qualche punto del cielo, di sopra le nuvole della prima mattina, dove c'è un po' di luce che si colora appena, e pare già quella d'un giorno bello e felice. Era il suono del Mattutino. Ancora non risultava bene s'era segno di festa, per il giorno che tornava, oppure se annunciava un lutto, una disgrazia. Forse erano tutte le due cose mischiate insieme, e mischiandosi si annullavano, e quel suono era un suono soltanto, che si ripeteva, fiacco ma continuo. Tommaso non riusciva a capire, che volesse dire, perchè non aveva nè il modo nè le parole, per capirlo, non c'aveva fatto caso mai a queste cose, nè qualcuno gliene aveva parlato mai, come non ci fossero nemmeno. Ma ora c'era, e forte, quel suono, don don don don, che passava attraverso tutti quei quartieri ancora addormentati, quell'aria vecchia, che, appena appena, si cominciava a rischiarare, dal di dentro, come da se stessa, diventando grigia e pulita, ritrovandosi con tutte le cose in mezzo, muri, piante, caseggiati, strade. E per qualcuno doveva per forza suonare: per il prete, che lo faceva fare, per il sagrestano, per qualche vecchietta, per gli operai che andavano a un lavoro notturno, e a quell'ora staccavano, per quelli che dovevano prendere il treno e partire.
Ma, come dire, sembrava che quelle campane, quel don don don don misterioso che riannunciava la vita d'ogni giorno, dicesse invece che no, che tutto era inutile, che tutti erano vivi ma già morti, sepolti, anime sperdute. E nel tempo stesso l'odore di fanga, di pioggia, di caffelatte che, come portato dai rintocchi di quelle campane, cominciava a farsi sentire tutt'intorno, dava un senso di calma e di freschezza.
Come stranito da quel suono, che non finiva più, adesso ch'era cominciato, e anzi, delle altre campane da altre chiese, da Trastevere, da Testaccio, da San Paolo, avevano cominciato pure loro, con lo stesso suono, la stessa malinconia, Tommaso si sentì a poco a poco prendere da un sonno che l'attenagliava, irresistibile e profondo. Restò lì come di pietra, addormentandosi piano piano, mentre fra sè ancora se la prendeva contro i colpi di qulle campane, dicendogli i morti. S'assopì, e dormì per un bel po' di tempo, di quel sonno che gli era piomato addosso, pieno di pace. [...]"



da "Una vita violenta", PPP
November 30

REQUIEM.



Ci sono sfighe che non puoi raccontare.


Ma ci sono difetti umani che si posso descrivere.


Ora non ho voglia di fare né una né l'altra cosa. Ora ho voglia di non pensare.


Ho voglia di ascoltare musica. Tanta musica nelle orecchie e lasciatemi in pace, voi essere inanimati, senza cuore, voi che non mi sembrate umani. Voi che siete come pipistrelli e volate su di me per togliermi il sangue, forse per invidia o per gelosia. Perché dentro porto quello che non so. Perché non ho voglia di accontentarmi, perché vorrei una felicità piena.

Voi siete solo ruote di scorta. E io ascolto la mia musica, non lo sfregare di Voi Pneumatici usati contro la vita che non sapete affrontare, contro la strada che non sapete guidare, perché siete vecchi e usati e brutti, e siete corrosi da strati di “modi di dire”-”modi di fare”-”mode” e siete come copie di copie romane di statue greche: avete perso identità. Siete solo resti di una civiltà che muore, dentro se stessa, e mi fa piacere, ma io non vi seguirò, io vi seppellirò.


E ora fottetevi.